Ricordati che una volta Gesù è sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane caduta a terra”, così mi raccontava la nonna ogni volta che sprecavo il pane. Inutile cercare nei sacri testi l’episodio. È stato creato dal senso della sacralità del cibo, in particolare del pane, presso i nostri vecchi in tempi in cui il cibo era scarso. Oggi lo spreco del cibo, nelle nostre società opulenti, è un fatto impressionante. Nei giorni scorsi tutti i mezzi di informazione ne hanno parlato in seguito alla rivelazione di alcuni dati. A Milano ogni giorno finiscono nei rifiuti 180 quintali di pane. Si stima che in Italia, in un anno, siano buttate via 6 mila tonnellate di cibo.

È un effetto della super offerta di alimenti. Un tempo, fino allo scoppio del benessere, il fornaio preparava al massimo due o tre tipi di pane. La stragrande maggioranza comperava il pane comune, soltanto i ricchi o chi aveva problemi particolari, si permetteva il pane all’olio o al latte. Ora in una panetteria puoi trovare 30-40 specie diverse di pane. Non ci si accontenta più del pane normale e così ogni giorno ne rimane invenduta una certa quantità e il prezzo deve aumentare per ricompensare lo spreco. Lo stesso vale per le altre forme di cibo. Nemmeno la frutta e la verdura sfuggono a questa inesorabile diversificazione dei gusti. La recente crisi, che ha fatto aumentare i prezzi degli alimenti, compreso il pane, non ha di fatto inciso sulla varietà dell’offerta.

Non è frutto di tabù o di mentalità primitiva dare al cibo una certa sacralità. Cibo vuol dire vita umana che è sacra. La carestia è un flagello spaventoso perché tocca direttamente la vita.

Nelle antiche litanie si invocava: “A peste, fame et bello, libera nos Domine”, dalla peste, dalla fame e dalla guerra, liberaci Signore. Oggi, per noi, popoli del benessere, di questi tre mali estremi la fame sembra quello meno temuto. Per questo sprechiamo il cibo senza sentirne rimorso. Anche se la reazione di fronte ai dati diffusi in questi giorni è stata di un certo disagio. Una signora alla domanda dell’intervistatore, che chiedeva se le succedeva di buttare del pane nell’immondizia, confessava: “Purtroppo a volte sono costretta, allora faccio il segno della croce prima di buttarlo”.

È bene che rimanga questo senso di colpa quando si spreca il cibo, perché di colpa vera si tratta, se consideriamo quello che avviene nel mondo. Al recente vertice della Fao è stato detto che le persone in pericolo di vita per mancanza di cibo superano il miliardo e quasi la metà del genere umano ha difficoltà ad avere cibo a sufficienza. Eppure nel mondo viene prodotta attualmente una quantità di cibo sufficiente a sfamare gli oltre sei miliardi di persone. Se non arriva a tutti, è perché viene sprecato o impiegato per altri usi, come per la produzione di biocarburante.

Anche all’interno delle nostre società ricche aumenta il numero di chi fatica a procurarsi gli alimenti, alla faccia delle folle che invadono i supermercati e ai pranzi e cenoni pantagruelici abbondantemente pubblicizzati in occasione delle festività. Ne sanno qualcosa i centri Caritas, che vedono anche molte facce di italiani a chiedere aiuti alimentari.

Una bella iniziativa, che cerca di contrastare il fenomeno dello spreco, è quella del Last Minute Market, il mercato dei beni dell’ultimo minuto, quelli che andrebbero gettati. Questa associazione fa il giro dei supermercati, facendosi dare gli alimenti invenduti e non conservabili (pane, frutta, verdura...) e poi forniscono i banchi di alimentari, i centri Caritas, gli istituti di assistenza.

I meccanismi per assicurare a tutti il cibo sufficiente sono complessi. Non è che se spreco del cibo lo tolgo direttamente dalla bocca di chi ha bisogno. Tuttavia l’attenzione a non acquistare cibo oltre il necessario, checché ne dicano gli economisti che predicano il consumo ad oltranza, non può che ridare un volto più umano all’economia imperante che accumula eccessivamente da una parte e crea dei vuoti spaventosi dall’altra. Consumare a più non posso può recare un beneficio immediato alle nostre economie in crisi, ma saccheggia risorse naturali scarse, i cui effetti si vedranno a lunga scadenza, soprattutto per le future generazioni, e degrada la qualità della vita creando ricchi epuloni e magioni insensibili ai beni superiori. La raccomandazione di adottare stili di vita più sobri alla fin fine porta un beneficio a tutti, ricchi e poveri.

Giampiero Moret

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