Di fronte all’immane tragedia di Haiti tutto il mondo si è mosso per portare aiuto. Anche la Chiesa ha lanciato il suo appello ai credenti cristiani. Lo ha ripetuto Benedetto XVI più volte in questi giorni, lo ha ripetuto il cardinale Bagnasco, presidente dei vescovi italiani. L’invito che viene rivolto in queste occasioni suona sempre uguale: pregare e aiutare.
Aiutare è fuori discussione. Ma pregare? Che significa pregare di fronte a fatti di questo tipo? Per qualcuno è ovvio: bisogna pregare Dio perché aiuti questa gente così disgraziata; solo lui può veramente risolvere casi così drammatici. Ma per altri credenti questi fatti portano a galla un mare di domande angosciose: perché ha permesso tutto questo? Perché non è intervenuto per impedire tanto dolore? Dove era Dio?
Di fronte all’invito di pregare vedo anche il sorriso di sarcasmo e di commiserazione di tanti non credenti. Ma che razza di Dio è il vostro, se ha bisogno di essere pregato perché intervenga in tragedie del genere? Se è onnipotente e buono perché non ci ha pensato prima, impedendo tanta sofferenza? Pregarlo ora significa fargli fare la figura di un padrone crudele che ha bisogno di essere implorato perché cambi idea e conceda il suo aiuto. Oppure farlo apparire come un Dio distratto per cui bisogna strattonarlo perché si accorga di quanto accade nel mondo.
Ci imbattiamo ancora una volta in quella che è la più grave difficoltà per la nostra fede: la presenza del male nella vita.
In questo caso, con la violenza delle immagini dei potenti mezzi di informazione che ci fanno vivere in diretta la tragedia. Non ci sono ragionamenti umani che mettano d’accordo Dio, Padre buono che può tutto, e la massa ingente di mali che schiacciano la nostra vita.
Possiamo soltanto tentare di spiegare perché noi credenti preghiamo quando succedono cose del genere e le condizioni perché tale preghiera abbia un senso. È vero, le parole che usiamo nei confronti di Dio, sono una copia delle parole che usiamo nei rapporti umani quando vogliamo ottenere un qualcosa da chi ha il potere di darcela, ma per un qualche motivo è restio. Le parole usate in questo caso hanno lo scopo di commuovere, di convincere, di forzare per ottenere il favore. La somiglianza con la preghiera rivolta a Dio è soltanto nell’espressione materiale, perché il senso delle parole è diverso. Pregare è essenzialmente mettersi in comunione con il mistero di Dio presente nella nostra vita. Quando comunichiamo con il cuore gonfio di sofferenza e gli chiediamo aiuto, intendiamo esprimere la nostra totale fiducia in lui, più che strappargli la grazia. Noi sappiamo che lui è un Padre buono, desideroso di farci solamente del bene e perciò, pregandolo, mettiamo la vita nelle sue mani. Questa è preghiera cristiana. Così ci ha insegnato Gesù e così ha vissuto il rapporto con il Padre suo, fino all’ultimo, fino al momento in cui in croce gli ha gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Quella domanda era un modo paradossale, umano, per esprimere la sua fiducia. Tanto che, parallela a questa espressione, i vangeli registrano anche l’altra: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”.
Dunque la preghiera deve essere sempre proclamazione della nostra fiducia in Dio, credendo che, attraverso vie per noi sconosciute, tutto sarà per il nostro bene, non tanto in forza delle nostre preghiere, ma per sua grazia. Ma noi crediamo anche che questo suo benevolo atteggiamento nei nostri confronti richiede la nostra adesione di fede. La preghiera è un modo per esprimere questa fede. Pregando con questo atteggiamento di fede è come se aprissimo varchi attraverso i quali la salvezza di Dio entra nel mondo. Più che strappare grazie a un Dio poco sensibile, noi, con la preghiera, facciamo crescere nel mondo il livello di fede che apre il mondo a Dio e lo sospinge verso di lui, fino al perfetto congiungimento della nostra vita con la sua, come egli ha promesso. Questa è l’efficacia della preghiera. Chi prega con vera fede, almeno implicitamente, dà questo senso alle parole umane usate.
Ma non basta la preghiera. L’invito dei nostri pastori alla preghiera è sempre accompagnato dall’invito all’aiuto. Senza di esso la preghiera diventa una troppo facile evasione. Noi dobbiamo dedicarci con tutte le nostre possibilità ad aiutare chi si trova nella sofferenza, così dimostriamo con i fatti della vita la nostra fede in Dio, Padre buono. La fede è vita e non solo proclamazione verbale e tanto meno solo appartenenza esteriore.
Giampiero Moret
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