Sulla tragedia di Haiti titoli e servizi sempre più brevi. Relegati sempre più all’interno dei giornali e in coda ai notiziari della tivù. È la legge inesorabile dell’informazione. Ma non possiamo dimenticare, perché c’è ancora tanto, tutto da fare. Ora che la ricerca dei sepolti è terminata, si deve aiutare questo popolo a rimettersi in cammino, possibilmente in maniera più decente di quanto non abbia potuto fare nel passato.
Ma per un altro motivo non possiamo dimenticare: perché queste tragedie sono un’occasione per capire meglio chi siamo, noi razza umana, e come possiamo migliorarci. Catastrofi del genere mettono a nudo tutto il bene e il male che c’è in noi. Le nostre grandezze e le nostre miserie.
Il bene in primo luogo. Di fronte al disastro che si è abbattuto sul popolo haitiano è la solidarietà che è scattata per prima. Il movimento più immediato e più naturale del cuore umano è la partecipazione al dolore altrui e la volontà di portare aiuto. Grazie a Dio siamo fatti così ed è questa capacità la grande risorsa che dobbiamo preservare e sviluppare con ogni cura.
Tutto il mondo si è mosso. Commovente l’invito del Senegal al popolo haitiano, fatto in gran parte da discendenti degli schiavi africani: “Ritornate qui, nella vostra terra. Vi daremo una casa e il cibo necessario”. Anche il nostro Paese ha risposto con generosità. In particolare le nostre comunità cristiane hanno dato molto. Le grandi stelle dello spettacolo hanno fatto la loro parte. Significativa l’iniziativa di George Clooney “Hope for Haiti, now; speranza per Haiti, ora”, alla quale hanno risposto decine di artisti per una serata di raccolta di fondi, trasmessa sabato scorso in prima serata da 25 emittenti americane, fatta senza esibizioni, con la maggioranza dei partecipanti a fare i centralinisti per raccogliere offerte.
Poi gli haitiani stessi, che prima degli aiuti esterni, nella mancanza totale di attrezzature adatte, si sono messi a scavare con le mani e a soccorrere i feriti. Emozionante lo spettacolo di molti che in mezzo a quell’orrore alzavano le mani al cielo in preghiera e di molti che, estratti dalle macerie, intonavano canti di lode al Signore. La fiducia in lui aveva il sopravvento sui sentimenti di disperazione e di rabbia.
Ma in mezzo al fiorire del bene c’è stato anche il ribollire dei miasmi del male. I soliti approfittatori che si sono aggirati in quel mare di sofferenza per rubare e saccheggiare. Le violenze per accaparrarsi un pane, per fare giustizie sommarie. Poi la confusione (ha ragione Bertolaso) che ha frenato i soccorsi, conseguenza di uno stato di disorganizzazione del paese, segnato da sempre dalla mancanza di ordine sociale, da sfruttamenti e soprusi di ogni tipo, da politici che lo hanno tiranneggiato in ogni modo, come il famigerato Papà Doc e il figlio, Baby Doc, che per trent’anni, fino al 1986, ne hanno fatto scempio.
Tra le macerie hanno incominciato a serpeggiare anche oscure trame politiche. Si è parlato di una presenza troppo massiccia di soldati degli Stati Uniti. Mosca ha subito protestato denunciando mire nascoste. Nel totale collasso del governo del paese, la delegazione dell’Onu ha rivendicato a sé il compito della sicurezza creando qualche attrito con gli Usa.
Ma la cosa più mostruosa riguarda i bambini. È incalcolabile il numero di bambini senza genitori. L’Unicef ha denunciato un fatto terribile: sono spariti dai centri di raccolta e dagli ospedali 15 bambini. Si temono loschi traffici di piccoli esseri. Purtroppo ad Haiti esiste una pratica disumana riguardante i bambini, chiamata in lingua creola “restavek”, dal francese “resta con”. Le famiglie povere cedono, in cambio di un compenso o semplicemente perché non possono mantenerli, i bambini alle famiglie benestanti, che li utilizzano per qualsiasi servizio, anche per i più duri e umilianti. Veri piccoli schiavi, che crescono senza alcuna educazione e quando diventano più grandi sono cacciati in strada. In un ambiente in cui vige questa abitudine, i bambini senza genitori sono esposti ai più gravi pericoli.
Si è conosciuta in questi giorni anche la bella storia di due fratelli, Patrick e Wilson, di 9 e 7 anni, regolarmente adottati fin dal 2005 dalla famiglia Trevisiol, italiana, quindi cittadini italiani, ma mai arrivati dai loro genitori per una banale complicazione burocratica. Grazie all’interessamento di un avvocato haitiano, i due fratelli sono stati ritrovati salvi e sani in un centro di raccolta. Si spera che il terremoto faccia ora superare tutti gli intralci.
Così siamo fatti: un impasto di bene e di male. Hope for Haiti now, ha gridato Clooney con il suo spettacolo, speranza per Haiti, ma anche speranza per l’umanità tutta, perché da queste tragedie possa imparare a raddrizzarsi un po’. Il bene, grazie a Dio, non è sparito dall’umanità e, sempre con la sua grazia, possiamo farlo fiorire sempre di più.
Giampiero Moret
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