L'immagine più espressiva e drammatica della situazione del nostro Paese si è vista la scorsa settimana. Piazza Montecitorio invasa dagli operai dell’Alcoa di Portovesme e Fusina, che battevano sul selciato i propri elmetti, reclamando lavoro e dentro al palazzo del Parlamento i deputati impegnati a discutere sul legittimo impedimento del premier a partecipare alle sedute dei processi che lo riguardano. La vera emergenza oggi in Italia, su cui concentrare tutte le forze, è il lavoro sempre più scarso. Anche il Papa all’Angelus di domenica 31 gennaio ha dichiarato: «La crisi economica sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro, e questa situazione richiede grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti». Nel nostro Paese non ci sono stati grandi tracolli finanziari che hanno bruciato in un batter d’occhio, come è successo altrove, i risparmi delle famiglie. Le banche hanno tenuto, anche mediante robusti aiuti dello Stato, ma la crisi ha scosso il sistema finanziario congelando il normale flusso del denaro e tutto alla fine si è concluso con un grosso colpo all’occupazione di cui non sappiamo ancora la dimensione.
Gli operai di alcuni grandi stabilimenti stanno protestando, usando forme estreme. Abbiamo provato tutti una grande pena di fronte agli operai in cima ai tetti o alle torri delle fabbriche, al freddo, per giorni e giorni. Termini Imerese, Portovesme e da noi in Veneto Fusina, Marghera, Pansac di Mira, Glaxo di Verona, Acc di Mel.
A Battipaglia alla Alcatel Lucent sei operai si sono barricati all’interno della fabbrica minacciando di darsi fuoco. Si fa di tutto per attirare l’attenzione di un’opinione pubblica sviata dalle continue assicurazioni che la crisi ormai è passata, che siamo usciti dal tunnel, che bisogna essere ottimisti e non vedere tutto in negativo. L’ottimismo è importante per creare un clima di fiducia che dia fiato alla volontà di riprendere, ma se propinato in dosi troppo massicce diventa una droga devastante. Bisogna stare alla realtà e le cifre dicono che la disoccupazione sta crescendo paurosamente dal 6,5% del 2007, a oltre l’8,5% degli ultimi mesi.
Dobbiamo riconoscere che c’è stato uno sforzo da parte del governo per assicurare il sostegno a chi perde il lavoro con le varie forme di cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione. Ma non è vero che i provvedimenti coprano tutto l’ambito del lavoro. Per alcuni settori di lavoro debole, che in questi anni si è molto esteso, il sussidio è quasi risibile. Mentre i sindacati assicurano che circa un milione e 200 mila lavoratori si trovano privi di ogni assistenza. E per coloro che sono stati messi al sicuro, la domanda è quanto può durare questa sicurezza. Se è vero che la crisi ha colpito l’Italia meno duramente che altri paesi, è però certo che la ripresa economica sarà per noi molto lunga, data la situazione di debolezza del nostro sistema economico, gravato da un debito ingente che ci costringe a fare tutte le economie possibili e immaginabili e questo frena la ripresa.
In questa situazione di incertezza per il futuro, ci sono imprenditori che cercano in tutti i modi di salvaguardare il capitale umano, come si dice, cioè di tenersi il più possibile gli operai più preparati. Questo è un atteggiamento intelligente, dettato dalla consapevolezza che la ripresa sarà impossibile se si dissipa, per interessi immediati, questo capitale. Qualcuno lo fa anche per un senso di giustizia e di solidarietà, oltre che di convenienza, e cerca di salvare non solo i più competenti, ma tutti. Ma c’è anche chi approfitta della crisi per fare delle veloci ristrutturazioni non curandosi delle persone. Il nostro ministro dell’Economia, Tremonti, usa spesso l’efficace espressione “macelleria sociale” per indicare l’irresponsabilità sociale di chi si disfà, per far tornare in fretta i conti e i guadagni, di ciò che giudica vecchio per creare il nuovo più efficiente. Probabilmente dal punto di vista strettamente economico questa è la via più efficace. Ma nel campo del lavoro si tratta di persone, di famiglie e non si può usarle come cose o animali, facendo, appunto, macelleria sociale. Nemmeno regge la scusa che così si favorisce l’occupazione nel futuro. Io devo essere responsabile delle persone che ho qui, ora, davanti a me e che ho usato fino a questo momento e che non posso buttarle come inutili rifiuti. Si deve camminare sul crinale tra salvaguardia del lavoro ed esigenze di ripresa e di rinnovamento. È un crinale sottile, ma l’unico percorribile.
Responsabilità, chiede il Papa da parte di tutti, operai compresi, che devono darsi da fare e accettare momentaneamente anche lavori che non li soddisfano. Ma senza scaricare su di essi, che sono i più deboli, come si è soliti fare, i pesi più gravi.
Giampiero Moret
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