La scorsa settimana si è svolta la 7ª Settimana sociale diocesana, che aveva come obiettivo di risvegliare l’attenzione sulla democrazia che non gode di buona salute, anche nei paesi più sviluppati. Nella stessa settimana è scoppiato il caso Bertolaso, che ha sollevato il velo su una situazione inquietante di cui non conosciamo ancora bene i contorni reali. Le cose dette durante le tre serate possono aiutarci a valutare quanto è accaduto.

Lasciamo da parte l’aspetto pruriginoso della vicenda, che è quello maggiormente dato in pasto ad una folla stuzzicata continuamente in questo suo appetito da reality e altre schifezze mediatiche. Guardiamo agli aspetti che riguardano il funzionamento delle istituzioni pubbliche e quindi della democrazia.

L’idea martellata in tutte e tre le serate dice che la democrazia si basa essenzialmente su leggi condivise e rispettate. Democrazia è impero della legge – è stato detto – che elimina l’uso bruto del potere che si impone con la forza. Oggi, in tutto il mondo la democrazia vacilla proprio perché riesce sempre più difficile trovare il consenso sulle leggi che regolano la convivenza.

Ciò che preoccupa maggiormente nella gestione incriminata della Protezione civile è l’uso di un potere eccessivo non sottoposto ad un corrispondente controllo. La democrazia è il sistema che consente di esercitare il potere politico per il bene comune e nello stesso tempo di controllarlo nelle sue facili degenerazioni. Solo in casi di emergenza si può derogare alle leggi.

Bertolaso in una recente intervista ha detto che nella corsa all’ospedale per salvare una vita si può passare con il rosso. Giusto. Il male incomincia quando a troppa gente e in troppi casi si consente di passare con il rosso. Tutti riconoscono i meriti della nostra Protezione civile sotto la direzione di Bertolaso, ma è anche ormai sotto gli occhi di tutti come i suoi compiti sono stati talmente allargati da farla diventare una macchina ingovernabile. È diventata uno spazio franco che è stato preso d’assalto da individui loschi.
C’è chi giustifica questa trasformazione. In Italia c’è una burocrazia mostruosa, capace di far fallire ogni tentativo di rinnovamento, per cui, una volta trovata una macchina efficiente e un buon guidatore, è ragionevole farla intervenire in ogni campo. E invece no, non è ragionevole, perché per un buon ordine democratico è necessario che ciascuno svolga i compiti assegnati. Al mostro della burocrazia inefficiente non si può opporre un altro mostro cui si consente di agire in perpetua deroga alle leggi.

Durante la Settimana sociale è stato posto questo dilemma: è meglio avere una politica efficiente con poca partecipazione oppure molta partecipazione con una politica inefficiente. Alternativa mal posta, è stato detto. La partecipazione è la migliore garanzia dell’efficienza purché si precisi che partecipazione non è la populistica adesione del “faccia lui che fa bene” e che efficienza  non è realizzare comunque le opere, bensì realizzare ciò che è bene per la società in un quadro di legalità. Siamo in un momento storico di generale incertezza e confusione, in cui queste precisazioni non sono facili e allora si è tentati di prendere delle scorciatoie troppo rischiose.

È stato anche detto che in un sistema democratico, che si basa sulla delega, è essenziale la fiducia tra cittadini e politici, mentre ora in tutto il mondo si nota una generale sfiducia nei confronti del ceto politico, della “casta”. Nel nostro Paese è particolarmente accentuata: anche di fronte ad adesioni massicce c’è sempre sotto una costante insoddisfazione e critica nei confronti dei politici. La ragione non sta nel fatto che abbiamo una società civile buona e dei cattivi politici. Le due realtà si condizionano a vicenda: una società buona genera buoni politici e viceversa. Così si ritorna sempre ai soliti nodi. È necessario promuovere un comportamento generale di responsabilità per il bene comune, combattendo l’indifferenza, la passività, il lasciar fare, l’individualismo esasperato degli interessi. Ci vogliono certamente regole nuove per una democrazia nuova, ma ci vuole anche una incessante educazione di base. Questo è il primo antidoto per impedire che il potere cada in mano a gente malintenzionata o incapace. La comunità cristiana ha un compito determinante in questo senso. Il vescovo Plotti nell’ultima serata lo ha sottolineato con parole forti: le nostre comunità devono saper incarnare meglio i contenuti della fede anche in questi nodi della vita civile per diventare fermento di rinnovamento generale.

Giampiero Moret

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