Crescere è la parola d’ordine che è risuonata insistentemente in questo tempo. Crescere, unico modo per superare la crisi. Lo ha proclamato ancora una volta il presidente Napolitano a Palermo la scorsa settimana: «I temi della crescita si impongono e si impongono in modo stringente per non dire drammatico, all’ordine del giorno». La mancanza di provvedimenti che facciano scattare la crescita della nostra economia è la critica principale che è stata fatta alla manovra appena approvata dal Parlamento. È una manovra fatta di tanti tagli, ma non si può continuare a tagliare all’infinito perché così si uccide il corpo vivo della società. Tanto più che si va a tagliare non dove il grasso è più spesso (vedi la casta per eccellenza e le altre numerose caste non meno privilegiate) ma dove c’è meno forza per gridare. L’alternativa immediata ai tagli sarebbe quella di continuare a sfilare soldi dalle tasche degli italiani, direttamente con le imposte, oppure, più facilmente, indirettamente facendo pagare di più servizi e tariffe. Ma questa è una via ancor più impraticabile e pericolosa.
Bisogna crescere, ma come crescere? Di fronte all’attuale interminabile crisi si stanno levando voci critiche sul modo con cui è avvenuta la crescita negli ultimi decenni. La prima critica è che è stata una crescita disuguale che ha arricchito alcuni, soprattutto i manager e i tecnici super specializzati e ha impoverito i lavoratori dipendenti.
Ha scritto l’economista Luigino Bruni su La Settimana. “Un sistema economico che arricchisce (troppo) pochi e impoverisce il ceto medio, cioè la stragrande maggioranza della popolazione (per non parlare poi dei poveri veri, un altro tema ancor più cruciale) non cresce più, sfilaccia il legame sociale che si fonda anche su un’equità economica percepita e si avvia inesorabilmente al declino per una carenza di domanda”. La crescita disuguale che ha squilibrato le nostre società del benessere è stata provocata dall’impeto che ha preso il sistema capitalismo mondiale, favorito dalla globalizzazione. Uno sviluppo turbolento basato soprattutto sulla speculazione finanziaria che non ha prodotto maggior ricchezza reale da spartire a tutti, ma ha semplicemente concentrato ricchezza in poche mani e ha contribuito a far crescere il debito pubblico.
Nei molti appelli per una maggior crescita si fa molto leva sulla passione civile, sull’orgoglio di un Paese che resta ancora la settima potenza economica mondiale e che ha ancora tante energie per potercela fare da solo. È stato questo l’appello fatto dal direttore del Corriere della Sera la scorsa domenica che ha suscitato tante risposte favorevoli. Ma difficilmente può sbocciare questo entusiasmo quando i rapporti sociali si sono così deteriorati a causa di evidente disuguaglianze. Per una vigorosa rinascita sociale ed economica è necessario coinvolgere tutti in un grande progetto che faccia intravedere un futuro migliore per tutti. Nel caso del nostro Paese, poi, questo progetto è reso ulteriormente difficile a causa dall’avvelenamento che si è prodotto a livello politico. Forse per rasserenare il clima politico, è fortemente auspicabile che il nostro premier faccia un passo indietro, dato che ha contribuito molto a incattivire gli animi con la sua entrata in politica in veste di liberatore provvidenziale. Questo è ormai auspicato da molti e non solo dall’opposizione.
Papa Benedetto ha indicato livelli ancor più profondi per attingere energie di risanamento. Nell’omelia di chiusura del Congresso eucaristico nazionale ha affermato: «Dopo aver messo da parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve interferire con la vita pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al posto del pane. Il pane, cari fratelli e sorelle, è “frutto del lavoro dell’uomo”, e in questa verità è racchiusa tutta la responsabilità affidata alle nostre mani e alla nostra ingegnosità; ma il pane è anche, e prima ancora, “frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e pioggia: è dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli umili: “Padre, dacci oggi il nostro pane quotidiano”». È il contributo che il credente deve dare: l’impegno personale per il bene comune, ma anche la preghiera perché Dio susciti nel cuore di molti questo desiderio di impegno e lo sostenga con la sua energia. Qualcuno può sorridere per questo appello del Papa, ma in realtà, per noi, è il contributo più serio ed efficace, convinti che “con Lui o senza di Lui tutto cambia”
Giampiero Moret
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