La crisi è lunga, ma terminerà. Ce lo dicono in tanti, anzi il nostro premier ha proclamato più volte che era già terminata, addirittura che il nostro Paese ne era stato appena sfiorato. Tutti noi, in fondo, ne siamo convinti. Diamine, si sa che le crisi sono temporanee. Sono come le stagioni, dopo l’inverno viene inevitabilmente la primavera e tutto ricomincia a fiorire. Così prima o poi tutto si rimetterà in moto. Le fabbriche riprenderanno a funzionare a pieno ritmo, ci sarà lavoro per tutti, gli stipendi assicurati, i consumi ripartiranno in gran carriera e faranno girare la macchina produttiva. Le fanfare del benessere riprenderanno a suonare.
Ma questa certezza su che cosa poggia? Poggia sul fatto che finora siamo sempre riusciti a superare brillantemente le crisi. Gli economisti, poi, ci spiegano che è la natura stessa del sistema economico che comporta crisi periodiche. Ma niente paura, sono segno di vitalità. L’economista Schumpeter ha sostenuto che lo sviluppo del sistema capitalistico funziona secondo la logica della “distruzione creatrice”. Ogni tanto bisogna smantellare tutto l’apparato e mettere in piedi una struttura che risponda meglio alle nuove esigenze. Le crisi rappresentano il momento distruttivo, condizione necessaria per un salto di qualità nello sviluppo. Fallimenti, disoccupazione, miseria non ci devono impressionare. Bisogna invece avere il coraggio di lasciar morire quello che non ha più vitalità e scoprire nuove strategie di crescita.
Ma ci sono dubbi crescenti sulla validità di questa visione. A parte il fatto che è una visione cinica che ignora che la società è un corpo vivo fatto di persone che vengono maciullate nei momenti di crisi, è la teoria stessa dello sviluppo perpetuo che è messa in crisi. È sempre più evidente che le risorse disponibili non permettono di continuare a crescere indefinitamente. E tanto meno di accogliere dentro il magico cerchio del benessere porzioni sempre più grandi del mondo non sviluppato. L’ingresso di nuovi popoli ci mette ogni giorno di fronte all’insostenibilità della situazione. C’è il forte sospetto che la crisi attuale non sia un benefico momento di pulizia del vecchiume che libererà la strada del progresso, ma l’avvertimento che stiamo avvicinandoci al limite oltre il quale c’è il baratro.
C'è chi tenta di farci aprire gli occhi. Lo scorso giugno si è tenuto a Trento il prestigioso Festival dell’economia che ha convocato studiosi da ogni parte del mondo. L’evento è stato chiuso dal sociologo Zygmunt Bauman, quello della “società liquida”, una delle voci più forti che tentano di farci ragionare. Egli prendendo lo spunto dal tema del festival “I confini della libertà economica” ha dichiarato che i confini sono già stati raggiunti. Perfino le risorse alimentari, oltre a quelle energetiche, incominciano a scarseggiare. Ma continuiamo ad andare avanti come pazzi con la fissazione che l’unica fonte della felicità sia la produzione e il consumo. «Pare – ha affermato – che tutte le strade che portano alla felicità, portino ai negozi». Si è poi innescato, secondo il sociologo, un sottile perverso meccanismo che egli chiama la “mercificazione della moralità”. Si tratta di questo: uno dei bisogni più forti, che è poi anche l’esigenza morale più alta, è prendersi cura degli altri, incominciando dai propri cari. Ma il ritmo dello sviluppo non ci lascia più tempo per questo e allora sostituiamo la cura per gli altri con l’acquisto di cose. Pensiamo ad esempio al comportamento di certi genitori nei confronti dei figli. Al momento pare che uno dei motori più potenti del consumismo sia questa nostra “cattiva coscienza”: «Fino a quando il nostro senso morale verrà mercificato, l’economia crescerà perché messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che è chiamata a soddisfare, bisogni e desideri apparentemente “buoni”, come dimostrare l’amore per gli altri».
Per invertire la rotta è necessario un grande cambiamento mentale, che consiste nel cercare la felicità principalmente nelle relazioni umane autentiche, nella famiglia, nelle comunità. Anche queste relazioni hanno un risvolto economico nel senso che comportano il soddisfacimento di bisogni materiali degli altri, ma è un’attività economica che non ha alla base l’interesse e l’avidità. In questo caso, afferma Bauman, “le persone sono spinte a produrre e a condividere ciò che producono da motivi diversi dall’avidità. Queste attività non consumano molta energia e non producono rifiuti. La ricompensa dei produttori è il rispetto e la riconoscenza della comunità. Gli stili di vita che stanno dietro a questi comportamenti producono molta felicità e soddisfazione, ma non sono particolarmente favorevoli alla crescita della produzione”.
Difficile aspettarci questo cambiamento dall’azione dei nostri governi, anche se sarebbe loro compito. Essi sono mossi da visioni ristrette che non vanno oltre le prossime elezioni. La rivoluzione deve partire dal basso, da noi. Da un radicale cambiamento dei nostri stili di vita.
Gianpiero Moret
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