Le parole che il cardinal Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, ha pronunciato aprendo il Consiglio permanente della Cei, erano attese. Magari prima, dirà qualcuno. Comunque le ha pronunciate chiare e forti, a nome dei vescovi italiani. C’è, ha detto, un “senso di insicurezza diffuso nel corpo sociale, rafforzato da un attonito sbigottimento”. Un clima causato, secondo il presidente, da tre fattori.
Primo, la crisi di fronte alla quale c’è stata una certa incoscienza: “Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali”.
Secondo, i comportamenti indegni di chi è investito di responsabilità pubbliche: “Si rincorrono con mesta sollecitudine racconti che, se comprovati, a livelli diversi rivelano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”.
Terzo, la corruzione generalizzata che impone il dovere di “purificare l’aria perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate”. “L’improprio sfruttamento della funzione pubblica – ammonisce il cardinale – è grave… Non si capisce quali legittimazioni possano avere in un consorzio democratico i comitati d’affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto impongono attraverso un reticolo clientelare”. Questo costume di corruzione dall’alto si propaga poi in tutto il corpo sociale, provocando soprattutto quel “cancro sociale” che è l’evasione fiscale.
Non sono stati pronunciati nomi, ma tutti hanno capito a chi, in particolare, era diretto il discorso sui “comportamenti licenziosi e le relazioni improprie”.
P arole ben dette che hanno suscitato inevitabili reazioni, come quelle del Senatur, che con la sua nota finezza ha sentenziato: “I vescovi parlino di meno e dicano qualche messa in più”. Certo in primo luogo la “messa”, perché questo è il compito dei pastori: portare tutti ad un contatto più vero con Dio. Ma spetta loro, caro Bossi, anche indicare quali cambiamenti di vita personale e sociale questo contatto religioso comporti, evitando che la fede si riduca a tradizione più o meno folcloristica, usata a fini di parte e impugnata per tener lontano chi è diverso. Mantenendo, tuttavia, certe distinzioni invalicabili, come ha ricordato opportunamente monsignor Crociata, segretario della Cei, dialogando con i giornalisti: “La Chiesa non fa i governi e neanche li manda a casa, bensì c’è lo sforzo a far convergere il senso della responsabilità attorno a valori condivisi”. Lo sforzo a far scaturire dalle coscienze dei cittadini la consapevolezza dei valori fondamentali e a farli vivere nella vita personale e pubblica, questo è un compito imprescindibile della Chiesa e nessuno potrà mai impedirglielo. Poi, ovviamente, saranno i cittadini così formati che sceglieranno i governi o li manderanno a casa.
In questo desolato panorama il presidente dei vescovi ha notato una rinnovata volontà, all’interno del mondo cattolico, di rendere “politicamente più operante la propria fede. Sono così nati percorsi diversi, a livelli molteplici per quanti intendono concorrere alla vitalità e alla modernità della polis”. Si tratta di una specie di “incubazione” che farà nascere certamente qualcosa di nuovo. Che cosa? Non pare che si attenda un nuovo partito politico di cattolici. Monsignor Crociata lo ha escluso: “Non c’è nessuna intenzione volta alla costruzione di un nuovo partito”. Non sarebbe, del resto, compito dei vescovi attivarsi in questa direzione: non solo i governi non sono fatti dai vescovi, ma nemmeno i partiti. I tempi sono cambiati e simili operazioni non sono più lecite. Se è vero che sta crescendo la volontà da parte di cattolici di un impegno più deciso nell’area sociale e politica, sta crescendo di pari passo il senso della propria autonoma responsabilità rispetto all’ufficialità della Chiesa. Nessuna indebita autosufficienza, ma consapevolezza più chiara dei ruoli. Ciò che il cardinale Bagnasco nota è “stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni”.
I vescovi hanno parlato mantenendosi sul piano strettamente etico. Attendiamo che continuino a farlo con tempestività, senza lasciarsi intimidire e senza troppa prudenza mondana. Mentre i credenti prendano sempre più chiara coscienza del loro ruolo in questo momento decisivo della storia del Paese.
Giampiero Moret
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