Tutto fa pensare che siamo al momento terminale del governo. Ma forse non sarà una morte serena per esaurimento naturale della forza vitale. Si prevede un doloroso accanimento terapeutico imposto da chi aveva investito tutto sulle doti carismatiche del leader. Il quale leader è altrettanto deciso a non rassegnarsi all’inevitabile e, sempre coerente con il suo stile, cerca di distrarre con battute volgari dal dramma che stiamo vivendo. In ogni caso le speranze di sopravvivenza sono poche. Ma se il governo muore, il Paese deve continuare a vivere. Che cosa fare? Scarseggiano le forze e le idee. E non siamo certamente noi a suggerire le ricette adatte. Però almeno qualche via la dovremmo sbarrare.
Prendiamo il caso Marchionne e la sua decisione di far uscire la Fiat da Confindustria. Nella lettera scritta alla presidente Marcegaglia indica nell’incertezza con cui lei si muove in questo momento politico il motivo dell’uscita. L’incertezza, secondo Marchionne, si è manifestata soprattutto con l’accordo firmato dall’associazione degli industriali e tutti i sindacati lo scorso 21 settembre, dove sono stati congelati definitivamente gli effetti del famoso “articolo 8” dell’ultima manovra economica che permetteva alle aziende di fare contratti che derogavano alle leggi dello Stato compreso lo Statuto dei lavoratori. Per il manager Fiat questo è un cedimento vergognoso. L’imprenditore che si rispetti deve andare dritto per la sua strada, che è di avere un’impresa forte che assicuri buoni guadagni rendendolo vincente nei confronti della concorrenza.
Rispettando le leggi, certamente, e anche i diritti dei lavoratori. Ma una volta che si fa una legge (articolo 8) che ti libera le mani, è da incapaci non approfittarne. La visione dei rapporti sociali che sta dietro alle critiche del Manager è chiara. L’impresa è soprattutto un affare privato che non deve lasciarsi condizionare troppo dalla realtà sociale in cui è inserita, solo così può prosperare. Con i sindacati bisogna essere decisi, stabilendo punti chiari e irremovibili. Non bisogna lasciarsi impressionare dalle eventuali vittime che si lasciano lungo la strada. Importante è percorrerla con determinazione e se hai successo, le vittime sono presto dimenticate e tutti ti battono le mani. Paradossalmente l’impresa diventa un bene per la collettività se è lasciata libera dai legami sociali. È questa una versione del capitalismo che è ben radicata nell’altra sponda dell’Atlantico e Marchionne vuole risolutamente “fare l’americano”.
In Italia, ma anche in Europa, ragioniamo in maniera diversa. Questo capitalismo dal muso duro non ci appartiene. Noi abbiamo maturato una visione diversa dei rapporti di lavoro alla cui formazione non è estranea la concezione della persona proposta dalla fede cristiana. Un’impresa non è solo un affare privato e non è solo una macchina per far soldi, è anche sempre una realtà sociale che si nutre di rapporti sociali il più possibile non violenti. La conflittualità è inevitabile, perché gli interessi dei lavoratori sono spesso contrapposti a quelli degli imprenditori, però bisogna cercare in tutti i modi di non esasperarli trovando forme di composizione. Così si crea quel clima di intesa e di collaborazione che procura al lavoratore soddisfazione nel lavoro e sicurezza dei propri diritti e all’impresa solidità che le assicura il futuro. Questa è vita umana. Magari il capitalismo brutale può risultare nell’immediato vincente dal punto di vista economico, ma a prezzi sociali enormi, e alla fin fine non è nemmeno certo che sia la via più efficiente.
La Marcegaglia invece di contrapporsi alle richieste dei sindacati con decisi “o così o niente”, ha cercato l’accordo. Ha dialogato perfino con la Cgil ed è riuscita a raffreddare un po’ il clima che la politica di Marchionne aveva infiammato, trovando esca soprattutto nei metalmeccanici della Fiom. Perché bisogna dire anche questo: spesso alla durezza di un certo modo di condurre l’impresa corrisponde un radicalismo sindacale che è altrettanto dannoso per gli interessi degli operai. Lo scontro intransigente che non vuole compromessi alla fine è sempre perdente di fronte alla prepotenza dei padroni e così perde anche quelle parziali conquiste che contrattando si possono ottenere. La storia del movimento operaio sta là a dimostrarci che non con le rivoluzioni o con gli scontri violenti si è migliorata la sorte dei lavoratori, ma con la paziente e ragionevole mediazione.
Manteniamo saldamente questa strada. Non ci assicura la soluzione di tutti i gravi problemi che ci stanno davanti, ma almeno non aggrava la situazione con pericolose illusioni.
Giampiero Moret
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