L’Italia si sta sgretolando. Fisicamente, economicamente, politicamente. Qualcuno continua a dire che non è vero. Che sono fandonie messe in giro da persone che vogliono farci del male. Invece, purtroppo, è vero: siamo messi male da tutti i punti di vista. Tuttavia non è una situazione da accettare come fatale. Negazione o rassegnazione sono posizioni contrapposte che ci portano ambedue alla rovina. Ascoltiamo invece la voce di chi ci dice che si può reagire e che abbiamo ancora forze a disposizione per farlo.
Ancora un autunno di alluvioni, di disastri idrogeologici, di morte. Questi eventi non si possono più chiamare emergenze. Sono ormai scadenze che si ripetono con tragica regolarità. Il sindaco di Genova di fronte al disastro della scorsa settimana ha dichiarato: " Non c’è modo di prevedere e prevenire simili eventi". Ma se succedono ormai ad ogni cambio di stagione, dobbiamo dire che sono prevedibili e quindi prevenibili. La frequenza con cui simili eventi si ripetono, è il segno che si tratta di cambiamenti planetari, come da tempo si va dicendo. Ma non per questo dovremmo stare ad osservare fatalisticamente la rovina senza far nulla. Anche perché di questi cambiamenti spesso siamo noi le cause. Il territorio del nostro paese è terribilmente a rischio, tutto attraversato, come è, da montagne e circondato dal mare, con le tante città costruite lungo le coste e le montagne alle spalle. Ma è anche vero che si è fatto poco per metterlo in sicurezza, mentre si è fatto molto per peggiorarlo con l’abusivismo. Studi recenti dicono che le zone pericolose rappresentano il 10% della superficie e che ci vorrebbero dai 40 ai 50 miliardi per risanarle. Non è un’impresa da fantasia. Ha un costo minore dell’attuale manovra. Programmata lungo un tempo ragionevole può essere sostenibile. Ci costa di più dover riparare ogni anno disastri sempre più frequenti.
L’Economia e la politica del nostro paese non sono meno disastrate del territorio. La crisi economica è globale e il nostro paese è coinvolto come tutti. Ma la mancanza di una guida politica all’altezza della situazione ci ha portati a subire dei colpi che ci hanno ferito gravemente. Il paradosso è che, da una parte, tutti attestano che noi siamo un grande paese anche dal punto di vista economico: la terza potenza europea e la settima o ottava mondiale. Dall’altra, non abbiamo avuto la forza di difenderci adeguatamente dagli assalti finanziari che ci hanno portato sull’orlo del fallimento, molto vicini alla debolissima Grecia. Evidentemente chi doveva provvedere a costruire i ripari necessari non è stato capace di farlo.
Per molto tempo di fronte allo tsunami finanziario mondiale ci è stato detto che noi eravamo abbastanza protetti e che quindi la crisi non ci avrebbe toccato più di tanto. Poi, dopo che la situazione di pericolo di fallimento si era resa evidente, con stupefacente disinvoltura si è andati dicendo che gli assalti alle nostre finanze erano solo una moda passeggera. Una specie di fastidioso divertimento che alcuni si erano presi nei nostri confronti per cui bastava fare la voce grossa e subito avrebbero smesso. Del resto, si aggiungeva, gli italiani si sono accorti poco o nulla della crisi, dato che continuano a fare la bella vita come prima. Il leader leghista, trascinato nella deriva dell’alleato, si mostrava incapace di reagire con la sua antica grinta. Quando qualcuno gli faceva presenti i problemi, le uniche risposte che riusciva a dare erano le pernacchie e il dito medio alzato.
Di fronte a tanta superficialità, anche tra le fila della maggioranza di governo ha incominciato salire un evidente malessere che ha provocato il franamento della maggioranza di governo. Berlusconi ha dovuto prende atto della situazione negata fino a poche ore prima che si concretizzasse nella votazione sul rendiconto di martedì scorso. È salito al Quirinale, concordando una soluzione ancora piena di incognite e di possibili giochetti: darà le dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità, cioè dopo che saranno votate, a questo punto anche con l’aiuto dell’opposizione, le cose imposte dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Difficile prevedere come andrà a finire.
In questa buia notte, valgono le parole che il presidente Napolitano ha pronunciato la scorsa settimana a Bari: "Nei confronti del nostro paese è insorta in Europa, e non solo in Europa, una crisi di fiducia. Dobbiamo esserne consapevoli e sentircene, più che feriti, spronati nel nostro orgoglio e nella volontà di ricupero". Questo è il linguaggio giusto. Individua senza infingimenti il male: la mancanza di fiducia verso il nostro paese. Lo dicono tutti che questo è il punto cruciale. Per questo i mercati ci hanno preso d’assalto. La fiducia si riconquista non facendo spallucce o continuando a tessere trame ambigue, ma con uno scatto di orgoglio. Uno scatto che per essere efficace deve essere di tutti noi, mettendo in secondo piano gli interessi individuali e di parte per trovare un minimo di intesa su quelle due o tre cose essenziali da fare, anche se ci costano sacrifici, per dimostrare agli altri che siamo un paese degno di fiducia.
Giampiero Moret
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