Siamo in guerra. Combattuta non con eserciti e bombe, ma a colpi di scambi di ingenti quantità di titoli finanziari che possono distruggere un paese. Scatenata non da uno stato contro l’altro, ma dal mercato contro la politica, da questa necessaria e insieme distruttiva ingente potenza che è il mercato e la forza della politica che dovrebbe contenerla e indirizzarla per il bene comune. In guerra la rapidità delle mosse è un fattore determinante. In questi giorni sono state prese decisioni importanti e velocissime che hanno portato a dare l’incarico di formare un governo di emergenza al senatore Mario Monti.

C'è un dubbio: in queste rapide decisioni sono sempre state rispettate le regole democratiche stabilite dalla costituzione? Da qualche parte è risuonata la parola “golpe”. Se così fosse, quello che si sta portando a termine in questi giorni dovrebbe provocare la rivolta di tutti i cittadini amanti della libertà e della giustizia. Non mi pare che stia accadendo una cosa del genere. Le parole del presidente Napolitano, pronunciate dopo aver dato ufficialmente l’incarico a Monti, sono chiare.

«È mio convincimento che sia nell’interesse generale del paese sforzarsi di formare un governo che possa ottenere il più largo appoggio in Parlamento su scelte urgenti di consolidamento della nostra situazione finanziaria e di miglioramento delle prospettive di crescita economica e di equità economica». Governo tecnico, retto da una personalità non politica, ma non per questo meno politico, perché in ogni modo approvato dal Parlamento, dai rappresentanti del popolo eletti democraticamente. Quindi ineccepibile dal punto di vista della legalità democratica.
Ma non sarebbe stato meglio seguire la via maestra delle elezioni? Il presidente giustifica la sua scelta per «la gravità della crisi finanziaria e di pericolo di regressione economica di fronte a cui si trova l’Italia e l’Europa». Pertanto «evitare un precipitoso ricorso alle elezioni anticipate e quindi un vuoto di governo, è un’esigenza su cui dovrebbero concordare tutte le forze politiche e sociali preoccupate delle sorti del paese».

Il punto fondamentale è questo: bisogna riacquistare fiducia nei confronti dei mercati in modo che cessino la sistematica aggressione alle nostre finanze approfittando della nostra debolezza. L’insistenza di qualche forza politica per andare subito alle elezioni fa sorgere il sospetto che interessi di più guadagnare qualche voto che le sorti del paese. È la politica del “tanto peggio tanto meglio”. Ma questa è una politica irresponsabile e del tutto contraria al bene comune.

Un governo tecnico di emergenza ha dei limiti. Il professor Monti, dopo aver accettato l’incarico, ha dichiarato che il suo obiettivo è quello di “risanare la situazione finanziaria e riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all’equità sociale”. Perfetto. Tre cose ben precise: mettere al sicuro le nostre finanze oggetto di attacchi pericolosissimi, rimettere in moto la crescita, non provocare disastri sociali. Il primo è quello più immediato perché siamo con un piede sul baratro del fallimento. Gli altri due sono da tenere strettamente uniti: crescita, perché se non si cresce serve poco tamponare la frana finanziaria, ma senza “macelleria sociale” che butterebbe nella disperazione milioni di famiglie. A queste tre cose deve solo aprire la strada per lasciare poi il compito di percorrerla ad un governo eletto dal popolo.

C''è un altro punto che Napolitano ha richiamato nel suo messaggio: «Non è tempo di rivalse faziose né di sterili recriminazioni. È ora di ristabilire un clima di maggior serenità e reciproco rispetto». È questo il male più insidioso che potrebbe far fallire il tentativo in atto. Di questo non possiamo incolpare forze ostili esterne. Siamo noi italiani, cittadini comuni che dobbiamo cambiare. Le manifestazioni che per ore e ore si sono viste sabato della scorsa settimana a Roma, sono state un brutto segno. Erano impregnate di spirito di rivalsa, quasi di vendetta, nei confronti del nemico finalmente caduto. Può gioire chi pensa di aver ottenuto una vittoria, ma senza questi sentimenti nefasti. Così come chi è stato sconfitto non deve spendere ora le sue forze per mirare a risarcimenti per presunti torti subiti.

Infine, un’osservazione in margine a queste vicende. Nell’inevitabile totoministri è apparso anche il nome di qualche cattolico. A parte il fatto che in questo frangente non sono tali etichette ad essere importanti, ma le capacità, qualcuno ha subito insinuato che il neocandidato ha dovuto subire le imposizioni del Vaticano. Che miserie! Anche questo becero anticlericalismo è un male da cui dobbiamo guarire.
In questa situazione tutti, forze politiche, realtà culturali, singoli cittadini, abbiamo un compito da svolgere e una responsabilità da esercitare. Facciamolo nella maniera più rigorosa.

Giampiero Moret

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