Il viaggio di Benedetto XVI in Africa ci ha offerto la possibilità di distoglierci un po’ dall’ossessione sui nostri problemi. Alziamo lo sguardo, sembra dire il Papa al nostro paese e a tutto il vecchio mondo sviluppato, non esistono soltanto i vostri pesanti debiti, il morso dello spread che non molla la presa, le banche che traballano. Se allargate lo sguardo al vasto mondo, forse i vostri problemi si ridimensionano. Comunque li collocheremmo in una prospettiva mondiale che è quella più corretta, perché non dobbiamo illuderci di risolvere le nostre difficoltà dimenticando quelle degli altri, soprattutto dei paesi poveri, in particolare dei paesi africani che sono ben più grandi delle nostre.
a visita del Papa in Benin, compiuto dal 18 al 20 novembre, aveva come scopo principale quello di consegnare il documento pontificio, frutto del sinodo dei vescovi sull’Africa che si è celebrato nel 2009. Le conclusioni di quelle giornate sono state consegnate al Papa, che le ha elaborate in un documento ufficiale dal titolo significativo: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. Sono le tre grandi sfide che l’Africa è chiamata a vincere. L’Africa, nella percezione comune, è il continente più disgraziato. Recentemente ci sono stati segni di vitalità nelle rivolte che hanno infiammato i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma ormai serpeggia il dubbio che riescano a portare a termine il rinnovamento. La brutale repressione avvenuta in questi giorni al Cairo, in quella stessa piazza che aveva visto la vittoria del desiderio di libertà e di giustizia, ne è la conferma.
Il resto dei paesi africani non offre una visione confortante. Troppe dittature ancora in piedi, troppi sfruttamenti da parte di altri paesi, troppi mali devastanti – come l’aids, cui non si riesce portare rimedio – e troppi conflitti etnici e religiosi.
Il Papa nel suo viaggio ha gridato un forte “no” a considerare l’Africa come il continente della disperazione, privo di futuro. Tutti i suoi discorsi sono stati un martellare insistente sulla speranza, come anche il documento che ha consegnato alla Chiesa africana. Lo si è avvertito fin dalla conversazione che ha avuto con i giornalisti in aereo: «Questa freschezza della vita che c’è in Africa, questa gioventù piena di entusiasmo e di speranza, ma anche di umorismo e di allegria, ci mostra che qui c’è una riserva umana, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio». Altro che disperazione, l’Africa è ricca non solo di risorse materiali, saccheggiate da altri, ma anche di risorse umane, queste, sì, da attingere dagli altri a piene mani.
La speranza è stata soprattutto il tema del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato sabato mattina, nell’immensa “Sala del popolo” del palazzo presidenziale, capace di accogliere tremila persone, alla presenza del presidente del Benin, dei membri del governo, dei rappresentanti delle istituzioni e delle principali religioni del paese. Quello che stava dicendo ai paesi africani lo riferiva espressamente anche a tutti i paesi del mondo e in particolare ai nostri ricchi paesi tormentati dalla crisi. Nei passaggi principali ripeteva: “Questo lo dico per l’Africa ma anche per tutto il resto del mondo”.
Il Papa non sottovaluta i grandi mali che affliggono l’Africa: «In questo momento ci sono troppi scandali e ingiustizie, troppa corruzione e avidità, troppo disprezzo e troppe menzogne, troppe violenze che portano alla miseria e alla morte. Questi mali affliggono certamente il vostro continente, ma anche il resto del mondo». Continua poi enumerando anche i potenti desideri dei popoli che vogliono riscattarsi. Infine il grido: «Da questa tribuna lancio un appello a tutti i responsabili politici ed economici dei paesi africani e del mondo intero. Non private i vostri popoli della speranza! Non amputate il loro futuro mutilando il loro presente». Invita anche, chi ha fede, di pregare Dio affinché conceda la sapienza, la quale «vi farà comprendere che, in quanto promotori del futuro dei vostri popoli, occorre diventare veri servitori della speranza».
Sono solo parole quelle che il Papa pronuncia, ne è consapevole, ma sono parole che indicano convinzioni, fondamenti su cui costruire: «La Chiesa non offre alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica… La Chiesa accompagna lo stato nella sua missione; vuole essere come l’anima di questo corpo indicando infaticabilmente l’essenziale: Dio e l’uomo… La disperazione è individualista. La speranza è comunione. Non è questa una via splendida che ci è proposta?... Siate anche voi seminatori di speranza!».
Tutti abbiamo estremo bisogno di speranza, ma la speranza, il cui simbolo è l’àncora, deve agganciarsi a qualcosa di solido per non diventare illusione. Il Papa va ripetendo continuamente che senza Dio non c’è speranza e senza speranza non c’è futuro.
Giampiero Moret
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