"Abbiamo dovuto chiedere...», doveva dire “sacrifici”, ma il ministro Elsa Fornero, non è riuscita a pronunciare la parola ed è scoppiata in lacrime. Stava parlando delle pensioni durante la conferenza stampa del governo di domenica scorsa e fino a quel momento aveva esposto i provvedimenti del governo con chiarezza e sicurezza. Ma quando ha dovuto riconoscere che ci sarebbero stati anche dolorosi sacrifici per molte persone, si è profondamente turbata. Una scena così non ce l’aspettavamo. Non una debolezza emotiva, ma espressione di umanità del tutto insolita negli uomini politici. Spero che rimanga come il segno distintivo di questo governo. Come è stato un segno la pacatezza con cui il presidente Monti e gli altri ministri hanno esposto i provvedimenti e anche la profonda intesa tra loro che si percepiva nell’esposizione dei vari punti del decreto. Sono soltanto segni esterni, ma che rivelano un modo nuovo di concepire la politica e il rapporto con i cittadini. Dopo i rissosi governi precedenti e le comunicazioni esibizionistiche e mistificanti, non eravamo più abituati a questo stile sobrio, trasparente ed essenziale. Non c’è dubbio che il fatto di essere un governo tecnico, sganciato dai partiti, abbia favorito questo stile diverso, tuttavia noi cittadini abbiamo capito che così deve essere lo stile della politica vera.

 Sacrifici, dunque. La parola è stata pronunciata chiaramente dal presidente Monti completando l’espressione mozza dal pianto del suo ministro. a anche aggiunto che si è sforzato in tutti i modi di mettere i sacrifici più pesanti sulle spalle più robuste e di rendere più leggeri quelli destinati alle spalle più deboli. È stato detto e ripetuto che rigore, crescita ed equità costituiscono le tre direttive fondamentali del governo. Delle tre l’equità è quella più difficile, ma anche la più richiesta da tutti noi. I sacrifici sono sopportabili solamente se sono distribuiti equamente. La giustizia sociale è il primo indice che il bene comune è stato raggiunto. Si sta discutendo molto sull’equità della manovra. Il punto forse più delicato è quello riguardante le pensioni. Non è un sacrificio da poco per chi pensava ormai prossima la pensione, trovarsi a dover lavorare ancora uno o due anni. Soprattutto per chi sta facendo un lavoro stressante. Meno convincenti mi sono sembrati gli strilli per un paventato aumento dell’Irpef a partire dai redditi di 75 mila euro annuali. Poche centinaia di euro in più da pagare ogni anno non mi sembra un sacrificio enorme per chi ha un simile reddito e non credo che ponesse un freno grave alla crescita. Come pure le grandi fortune e i grandi patrimoni dovevano essere costretti a dare di più. Purtroppo succede che chi più ha, non più dà, ma più ottiene e così questi previsti aumenti sono stati aboliti.

La crescita è l’altro punto problematico. I sacrifici sarebbero inutili se non ci fosse crescita economica, perché ci troveremmo sempre daccapo con il debito che aumenta e la speculazione che ci massacra. Qui entriamo in un terreno più intricato dove ci vuole una certa competenza per dire qualcosa di sensato. Infatti si sono fatti subito sentire alcuni luminari che hanno avanzato critiche sui provvedimenti, sbilanciati, a loro parere, sul versante dell’aumento delle entrate a scapito del rilancio dell’economia. Noi, come comuni cittadini, non siamo in grado di stabilire ciò che fa crescere l’economia, ma come persone che hanno una certa visione della vita umana possiamo dire qualche cosa sulla qualità della crescita. Non basta crescere, importante è come si cresce. Se si favorisce una crescita che sperpera risorse penalizzando le generazioni future, non ci va bene. Se ci preoccupiamo di crescere noi e non badiamo a chi viene spinto, a livello mondiale, ancor più indietro, non ci va bene. Se una crescita non ponderata fa sprofondare la gente in un consumismo volgare che fa perdere il senso della vita, non ci va bene.

La crisi economica è dolorosa, soprattutto per i più deboli, ma da questo male dovremmo ricavare qualche bene. Dovremmo riuscire a capire che in un mondo diventato ormai piccolo non possiamo ragionare solo pensando a noi popoli privilegiati; che il benessere non consiste nell’avere a disposizione cose in maniera illimitata; che la felicità vera e duratura si raggiunge anche individuando bene ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Puntando ancor più su ciò che è genuinamente umano, dovremmo capire che seguire solo l’interesse individuale, senza essere capaci di gratuità e di solidarietà, si crea un ambiente di vita bestiale; che se non si promuovono relazioni di fiducia reciproca, nemmeno l’economia può funzionare bene; che se la nostra libertà, bene supremo, non è ancorata a dei precisi valori, diventa una forza devastante la vita personale e collettiva. Se la crisi riuscisse a farci capire tutto questo, dovremmo dire: benedetta crisi.

Giampiero Moret

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
Code   
Invia commento