Il Vaticano paghi le tasse. Con questa intimazione si è spesso sintetizzata in questi giorni la questione del pagamento dell’Ici per gli edifici di proprietà della Chiesa. Vaticano e non Chiesa cattolica italiana, perché evoca meglio l’idea di un’oscura potenza che agisce in modo inconfessabile. Che poi il Vaticano sia uno Stato indipendente non soggetto alle leggi italiane, è considerata una circostanza del tutto marginale, con tutti gli equivoci che ne derivano.
Cerchiamo allora di definire la questione. La Chiesa italiana – meglio le singole diocesi, le parrocchie e i vari istituti ed enti religiosi che godono di autonomia amministrativa e anche il Vaticano in alcuni suoi possedimenti in territorio italiano – possiede un ingente patrimonio immobiliare. Non solo le chiese, ma anche le strutture per le attività delle parrocchie e poi le scuole, gli ospedali, le case di accoglienza, le mense e altri vari beni. Non raggiunge l’assurda cifra del 20% del patrimonio immobiliare nazionale, come si va dicendo, tuttavia è consistente.
Ora, per quanto riguarda l’imposta che grava sugli immobili degli enti non commerciali, tra cui ovviamente la Chiesa cattolica, è stata fatta una legge nel 1992 (DL 504) la quale stabilisce che detti immobili sono esentati dall’Ici se sono “destinati esclusivamente ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”. È un elenco preciso di attività. Gli edifici nei quali si svolgono attività diverse pagano l’imposta anche se appartengono a un ente non commerciale.
Lo Stato è intervenuto ulteriormente in materia con il DL 203 del 2005 dove si specifica che l’esenzione vale anche se le attività sono svolte in maniera “non esclusivamente commerciale”. Bisogna riconoscere che l’espressione contenuta in questo intervento, è piuttosto ambigua. Potrebbe essere interpretata in maniera tale per cui un edificio che svolge una attività commerciale, come un albergo, basta che svolga insieme anche una qualche attività assistenziale o religiosa, per essere esente dall’imposta. Può essersi così creata una zona grigia dove l’esenzione si sia indebitamente amplificata.
Si faccia chiarezza. Ma non si scateni una campagna in cui pare che la Chiesa, anzi il Vaticano, non paghi sistematicamente l’Ici sui propri immobili frodando così lo Stato. E proprio in questo momento in cui tutti i possessori di case devono sborsare fior di quattrini. In questi giorni si sono sentite le cose più assurde. C’è, ad esempio, una modifica alla manovra presentata dai radicali che obbligherebbe solo la Chiesa cattolica a pagare l’imposta anche per le attività che entrano chiaramente nella lista prescritta. Qualcuno addirittura auspica che anche gli edifici sacri paghino, senza, tra l’altro, considerare l’enorme servizio che le comunità cristiane fanno conservando un patrimonio artistico di inestimabile valore.
Il presidente della Cei, cardinal Bagnasco, è intervenuto venerdì 9 dicembre con molta chiarezza. «Se vi sono casi concreti – ha dichiarato – nei quali un tributo dovuto non è stato pagato, l’abuso sia accertato ed abbia fine». Ma ha anche aggiunto: «Non vi sono da parte nostra preclusioni pregiudiziali circa eventuali approfondimenti volti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti non profit, oggetto dell’attuale esenzione». Dunque, se la legge è ambigua, si chiarisca in modo da eliminare ogni zona grigia. E chi si sottrae alla legge paghi.
Però vale la pena riflettere a un livello più generale. Domandiamoci: è opportuna una legge che stabilisca l’esenzione per una serie di attività di carattere sociale? Qualcuno è convinto che è meglio che in questi campi (assistenza, sanità, educazione, cultura, eccetera) intervenga solo lo Stato, così si evitano gli abusi e si crea più uguaglianza. Lo Stato ha certamente il compito di intervenire per assicurare a tutti alcuni benefici. Ma avocare a sé ogni intervento sociale è una soluzione che impoverisce e disumanizza la vita sociale. A parte il fatto che lo Stato non è in grado di rispondere a tutti i bisogni, in questo modo si favoriscono rapporti sociali in cui ognuno pensa solamente a se stesso. Si impedisce il sorgere di una società solidale e ad alta partecipazione. Si prosciuga una risorsa enorme costituita dalla capacità dei cittadini a pensare per il bene degli altri, al bene di tutti. Tutto viene statalizzato e burocratizzato. Vivere in una società del genere è molto triste. Non per niente è in aumento il settore non profit che nasce dall’iniziativa dei cittadini, non per perseguire interessi privati, bensì per migliorare la vita sociale, soprattutto per sostenere le parti più deboli della società.
È il principio di sussidiarietà, sempre affermato dalla visione cristiana della società, per il quale lo Stato non solo non deve assorbire tutto in sé, ma deve sostenere (sussidiare) ciò che nasce dal basso ed è per il bene comune. Un tale sussidio è anche alla fine molto conveniente, perché le attività che nascono dal senso di solidarietà dei cittadini, fanno risparmiare allo Stato un sacco di soldi.
Giampiero Moret
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