La manovra “salva Italia” del governo Monti è stata una brusca frenata sulla via del precipizio in cui il nostro Paese stava cadendo. Ha sballottato parecchia gente, soprattutto tra i meno solidi economicamente, causando dolorose ammaccature. Ma sarebbe stato peggio, si dice, se non si fosse intervenuti. Pazienza e sopportazione, ancora una volta, per chi già sopporta pesi gravosi. Ma non basta frenare la caduta, ora bisogna risalire. “Cresci Italia” è il nuovo slogan che guida il governo. Se non si cresce, a poco servirebbe aver tentato di risanare i conti.
 
Il punto più delicato della ripresa riguarda il lavoro. Tutta la complessa macchina dell’economia deve riprendere, perché è un sistema unitario e nessuna parte deve essere trascurata, ma l’economia è per le persone e il lavoro tocca direttamente la vita delle persone. Borsa, spread, debito, deficit sono tutti elementi determinanti, ma alla fine ciò che si deve evitare è che i mali in questi campi diventino ferite nella carne viva di chi lavora per vivere. Ciò che fa male al cuore è vedere la disperazione degli operai che perdono il lavoro e che gridano: “E ora cosa faccio? Come mantengo la mia famiglia?”. Sono i suicidi per disperazione sia da parte di operai sia da parte di imprenditori.

La crisi continua a colpire pesantemente il lavoro. Gli ultimi dati dell’Istat sono sconfortanti. A novembre si registra un aumento del numero dei disoccupati rispetto ai mesi precedenti: sono 2 milioni e 142 mila e il tasso è salito all’8,6%.
 
 Ai disoccupati si devono aggiungere coloro che ormai non cercano più lavoro perché hanno perso ogni speranza di trovarlo. Costoro non entrano nelle statistiche della disoccupazione e sono un esercito: un milione e 574 mila, sempre secondo l’Istat. Drammatica è la situazione dei giovani tra i 15 e 24 anni dove si registra una disoccupazione del 30,1%. Uno su tre è disoccupato. Ancora peggiore è la disoccupazione femminile che sale al 40%. Anche in Veneto le cose non vanno bene, dall’inizio della crisi sono stati persi circa 80 mila posti di lavoro. La nostra provincia è una delle più colpite con circa 18 mila posti in meno. Secondo l’Osservatorio della Cisl trevigiana nel 2011 in provincia sono stati messi in lista di mobilità 7.437 lavoratori, poco meno dei 7.491 licenziati nel 2010.

In questi giorni il ministro del Lavoro Elsa Fornero sta incontrando i sindacati. Non è una trattativa perché il governo ha proclamato che è finito il tempo della “concertazione”, cioè di concordare con le forze sociali interessate le decisioni da prendere. Ora ci si limita ad ascoltare e poi si decide in autonomia. Sta prendendo piede l’idea che il governo non deve perdere tempo in estenuanti trattative che poi sfociano in decisioni pasticciate. C’è voglia di decisionismo con la convinzione che in situazioni di emergenza non bisogna andare troppo per il sottile; e il sottile, in questo caso, sarebbe una buona dose di botte in testa a chi non ha troppi mezzi per difendersi. Ci saranno alcune proteste, ma passano presto. No, non ci convincono queste scorciatoie. I disagi sociali che creano, costano alla fine dei conti più di quanto guadagnano in efficienza. Via le impuntature e i bizantinismi da ambo le parti, ma ascolto che recepisce le giuste richieste, altrimenti non si risolvono i problemi. 

Già, i problemi. Sono tanti e di difficile soluzione. Alla disoccupazione, che è il numero uno, si aggiungono altre questioni determinate dall’evoluzione che il lavoro ha avuto in questi anni. Innanzitutto la spaccatura che si è creata nel mondo del lavoro per cui abbiamo una minoranza di lavoratori (abbastanza) garantiti e una maggioranza scarsamente o per nulla garantiti. Sono quelli che lavorano con uno dei tanti contratti di lavoro che non danno alcuna sicurezza sulla stabilità del posto e sul sostegno in caso di perdita. La cosa è ancor più grave se si considera che sono i giovani che hanno contratti di questo tipo. Questa diversità deve essere superata. Su questo punto il sindacato gioca la sua credibilità. 

L' altra questione è la flessibilità. Il modo di produrre, grazie allo sviluppo tecnologico e al cambiamento dei mercati, è profondamente mutato: deve essere più rapido, più diversificato, più aderente alle variazioni di mercato. Un’azienda ha la necessità di cambiare frequentemente la quantità della manodopera impiegata. Le competenze invecchiano rapidamente. Tutto questo comporta indubbiamente la flessibilità del lavoro. Ma il lavoro sono le persone che non si possono trattare come cose che si eliminano quando non servono. La stabilità del lavoro è frutto di lunghe e dolorose lotte che si sono concretizzate anche nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che stabilisce che il lavoratore non può essere licenziato senza “giusta causa o giustificato motivo”. Non si può transigere su questo punto. Sono allo studio diverse proposte di riforma che cercano di introdurre più flessibilità senza intaccare i diritti fondamentali. Il criterio giusto deve essere che ad ogni passo sulla via della flessibilità corrisponda un passo altrettanto certo sulla via della sicurezza. Sicurezza che il lavoratore continuerà ad essere sostenuto economicamente in modo adeguato, sicurezza che avrà la possibilità di trovare nuovo lavoro.
È interesse di tutti che i necessari cambiamenti avvengano mantenendo saldamente questo criterio.
 
Giampiero Moret 

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
Code   
Invia commento