L'  elegante Costa Concordia inclinata così sul fianco, immersa a metà nell’acqua, la chiglia squarciata dal tremendo impatto, ha un aspetto osceno. È una figura inquietante. Evoca il brusco risveglio da un bellissimo sogno. Tutta la nostra compassione per le vittime, per i feriti, per il terrore e le sofferenze di migliaia di persone. Ma queste stupende navi da crociera sono anche un simbolo. Sono l’espressione più evidente dello scialacquamento al quale ci siamo lasciati andare in questi tempi. La vita a bordo delle crociere è un concentrato di sperpero, di lusso esasperato, di opulenza offerta a piene mani. La crociera non è un’esperienza esclusiva riservata a pochi super ricchi. È un’illusione di vita da nababbi offerta a gente comune, a prezzi accessibili, che dura un breve tempo. Metafora di un consumismo senza limiti dal quale siamo stati affascinati. La bellissima forma della Costa Concordia, diventata un mostro conturbante, segna, forse, la fine di questa illusione. 

Di fronte alla tragedia della Costa Concordia è stato spontaneo il riferimento al Titanic, il supertransatlantico, miracolo della tecnica, inaffondabile, miseramente finito contro un iceberg, proprio cent’anni fa, il 15 aprile del 1912, con il suo carico di vite umane. Quel piroscafo portava un nome che era il segno dell’orgoglio e della sconfinata fiducia dei popoli evoluti nel progresso. Il suo affondamento ha segnato il crollo di quella fiducia, confermato poi dagli orrori avvenuti lungo il secolo passato. 

 
La nave che si è rovesciata sulle coste dell’isola del Giglio ha un nome tranquillo, Concordia. Non era l’emblema della potenza, ma della leggerezza. Non serviva per i traffici nelle traversate oceaniche, ma solo per il divertimento. La misera interruzione della sua corsa può rappresentare la fine della nostra vita spensierata. 

Nello sbilenco profilo della Costa Concordia possiamo scorgere anche la brutta piega che ha preso il nostro Paese e tutta l’Europa. L’interminabile crisi economica in cui siamo piombati non è stata una fatalità. Come il disastro della Concordia è imputabile a precise responsabilità. L’hanno causata quegli operatori finanziari che hanno inseguito il miraggio di una ricchezza immediata e inesauribile attraverso i giochi finanziari. È colpa di un’idea di sviluppo che non teneva sufficientemente conto dei limiti delle risorse a nostra disposizione e dei danni inferti alla natura. È stato il comportamento dei popoli più sviluppati tecnicamente, che per accelerare la produzione di ricchezza hanno smantellato tante regole restrittive e, approfittando della spinta della globalizzazione che andava abbattendo tante barriere, hanno sfruttato altri popoli creando paurosi squilibri. È stato l’affidamento cieco ad un mercato sfrenato, nella convinzione che fosse il motore infallibile di una crescita incessante e di una perfetta distribuzione della ricchezza che eliminava la preoccupazione della giustizia. È stato il comportamento di ciascuno di noi, singoli individui, che abbiamo pensato di essere dispensati dal seguire stili di vita più sobri, sollecitati da una pubblicità ingannevole, e dispensati dal fare scelte dettate dall’amore gratuito, concentrati solo sull’interesse personale.

Ora stiamo ricorrendo ai ripari. Difficilmente la Costa Concordia potrà essere raddrizzata e rimessa in moto. La situazione pericolosa in cui siamo caduti non è così irreparabile. Essendo dipesa dalle nostre cattive scelte, può essere raddrizzata da scelte in senso contrario. Ma non è facile. Se l’orientamento generale che dovremmo prendere per non cadere più in queste penose condizioni è abbastanza chiaro, non sono poi chiari i passi concreti da compiere. Il governo Monti, ad esempio, sta constatando la difficoltà di trovare il giusto equilibrio tra rigore ed equità. È facile dire: bisogna tagliare, perché siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità, ma poi è difficile individuare coloro che sono stati i veri dissipatori. Si rischia di colpire ancora una volta chi è meno difeso. È doveroso sbloccare la società, rompere le maglie di una burocrazia asfissiante e demolire le barriere di corporazioni chiuse nei loro privilegi, senza, però, cadere in un gioco di “liberi tutti”, che può creare più gravami sulle spalle dei deboli e più distanza tra chi sa correre più speditamente e chi ne è per vari motivi impedito.
 
Ad ogni modo una cosa è certa. Ciò che è di sicura efficacia e condizione indispensabile per superare la crisi, sono i comportamenti dei singoli. Sono le mie, le tue decisioni. L’andamento generale di una società è anche l’effetto delle decisioni individuali. A questo livello non si può scaricare la responsabilità su altri. Sono io, sei tu che devi cambiare. Se lo facciamo possiamo sperare di trovare la via per una vita più umana per tutti.
 
Giampiero Moret 

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