Avanti a tutto gas. È questo l’imperativo del governo Monti. Prima le liberalizzazioni, poi le semplificazioni, ora le flessibilizzazioni (brutto termine, ma dovuto per rima). Ha fatto più il governo Monti in due mesi che i vari governi nei venti anni passati. Il Cavaliere era sceso in campo sventolando il vessillo del fare. In realtà si è dimostrato il governo del fare e del disfare per cui la tela tessuta di giorno era sciolta di notte, nella notte delle divisioni interne, degli interessi elettorali e degli impacci burocratici. Anche i governi opposti non hanno fatto meglio e per gli stessi motivi. Ma attenzione: il governo del fare non diventi dello strafare.
La forte accelerazione può ingolfare il motore. Qualche brutto segnale c’è stato in occasione delle liberalizzazioni per le proteste delle categorie colpite. Pare che alla fine abbia prevalso il senso di responsabilità evitando di portare il paese nel caos. Se lavoratori e pensionati hanno sopportato sacrifici, spesso ingiusti, imposti dalla manovra “Salva Italia”, tanto più le proteste di categorie oggettivamente troppo difese devono cedere.
Sono stati abbattuti fortini di privilegi che sembravano imprendibili e che i governi precedenti avevano invano attaccato. La battaglia non è terminata perché finora sono state scardinate le roccheforti più piccole, mentre non si è osato attaccare quelle più forti: l’energia, le frequenze televisive, le banche. Però anche nelle liberalizzazioni è necessario procedere in un quadro di rigorosa giustizia sociale, evitando che lo scioglimento indiscriminato di legami apra lo spazio ai monopoli.
Se è ingiusto avere corporazioni privilegiate, è ancora più ingiusto che si formino in qualche settore concentrazioni di forza economica a scapito dei più deboli.
Per esempio la possibilità che produrre il pane anche la domenica, mette in grossa difficoltà i fornai dei nostri quartieri a beneficio dei supermarket.
Ripetiamo quanto già scritto nello scorso numero: bisogna slegare i legami iniqui o inutili e nello stesso tempo rilegare i buoni legami che ci tengono uniti.
Nelle semplificazioni sembra che le cose procedano in maniera più tranquilla e con la soddisfazione generale. Era necessario sfoltire il groviglio di leggi e di prassi che costituivano uno spreco di energie e che imbestialivano noi cittadini. A chi non sono saltati i nervi a dover fare code interminabili, a dover produrre scartoffie su scartoffie, a peregrinare da uno sportello all’altro perché mancava sempre qualche firma, qualche ulteriore permesso? Una burocrazia ottocentesca e una mancanza di tecnologia adeguata hanno rallentato molto la crescita del paese. Ma anche nelle semplificazioni bisogna procedere con realismo e saggezza. Ben venga l’informatizzazione dei servizi pubblici per cui si può avere ormai tutto via internet, ma dobbiamo considerare che solo il 40% della popolazione ha la possibilità di collegarsi a internet perché la rete è parziale e soltanto il 10% della popolazione è capace di usare i servizi on line. Dobbiamo fare attenzione ai molti analfabeti digitali che difficilmente possono essere istruiti.
Il nuovo banco di prova è la riforma del lavoro. Sono incominciati in questa settimana gli incontri tra governo e sindacati. Il governo ha messo subito le mani avanti dicendo che non si tratta di una concertazione, cioè di una trattativa per arrivare a decisioni comuni. È solo una consultazione, un ascoltare le parti sociali per poi decidere in autonomia. Questo è coerente con lo stile decisionista del fare e del fare rapidamente, ma ha subito irrigidito i sindacati. Si sa che il punto cruciale riguarda la flessibilità, che significa più facilità da parte delle imprese di assumere e licenziare secondo le esigenze di un mercato che è diventato mutevolissimo e senza confini. È un passaggio cruciale dove si rivelerà se il governo ha un senso sufficiente della giustizia sociale e non è solo al servizio di grandi interessi e se i sindacati hanno l’intelligenza di capire che certe rigidità non fanno il bene dei lavoratori. L’esigenza di maggior flessibilità è ormai acquisita, non si può costringere un’impresa a mantenere posti di lavoro che non può sopportare. Però non si possono prendere e buttare i lavoratori secondo lo stile dell’usa e getta. Bisogna concedere più flessibilità, ma bisogna anche, primo, trovare il modo di allargare a tutti, soprattutto ai giovani, la possibilità di un lavoro decente e, secondo, garantire a tutti che se il legame al posto del lavoro diventa più labile, questo non significa che il lavoro è lasciato in balia della precarietà. Dunque, adelante Mario con juicio.
Giampiero Moret
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