C'è a San Giacomo di Veglia, frazione di Vittorio Veneto, il monastero cistercense che raccoglie una bella comunità formata da una trentina di monache benedettine di stretta clausura. È l’unico monastero di clausura nel territorio della diocesi e sono molte le persone che lo frequentano come oasi di spiritualità. In questi ultimi anni il monastero con il suo brolo, una vasta area verde a ridosso delle sue mura, ha occupato spesso le pagine dei giornali.
È stato, infatti, oggetto di un’aspra contesa che ha visto in campo l’amministrazione comunale, la Soprintendenza ai beni culturali, la comunità delle monache, il Fai (Fondo per l’ambiente italiano), Italia Nostra, la gente della frazione e tante altre persone da tutta l’Italia. La vicenda non è ancora del tutto conclusa e sta appassionando ancora la gente, come si è visto domenica scorsa in occasione della presentazione del libro che ricostruisce la storia del luogo (vedi la presentazione a pag. 26). Un pubblico straripante che l’ampia barchessa della vecchia villa non riusciva a contenere.
Questo luogo, infatti, ha avuto una storia complicata che si presta ad essere considerata come una parabola di come vanno le cose in questo nostro mondo. L’edificio non è sorto come monastero. Le monache benedettine lo abitano da cento anni e l’incontro di domenica scorsa aveva anche lo scopo di ricordarne l’anniversario. L’attuale monastero era in origine una delle tante bellissime ville di nobili veneziani che impreziosiscono il nostro territorio. È stata costruita all’inizio del Settecento dalla nobile famiglia dei Crotta.
Il complesso doveva essere costituito da una villa affiancata da due ampie barchesse e da un vasto brolo alle spalle della villa. In realtà la villa non fu mai costruita e la famiglia adattò una delle barchesse come sua abitazione. Comunque il complesso era suggestivo, con le due imponenti costruzioni che racchiudevano il giardino gentilizio che si prolungava nel brolo, permettendo allo sguardo di spaziare fino alla corona delle Prealpi. Una bellezza, senza dubbio.
a una bellezza godibile da pochi, perché queste preziose ville sorgevano in mezzo alla miseria dei poveri contadini che logoravano la loro vita nel lavoro a beneficio dei loro signori, ricevendo in cambio un minimo per la loro sussistenza e spesso nemmeno questo.
Ma le cose cambiarono. Il fatto stesso che la villa non fu ultimata, può essere un segno che i tempi stavano cambiando. L’elite nobile fu spazzata via e al suo posto subentrarono nuovi protagonisti, i padroni delle fabbriche e gli operai delle incipienti industrie. A San Giacomo ci sono segni evidenti di questa trasformazione, perché accanto alla villa che dominava il paesaggio sorsero altre notevoli costruzioni: le filande. Incominciò tutt’altra vita, che attraverso percorsi faticosi e dolorosi sfociò nell’attuale benessere, non più riservato ad alcuni eletti, ma a buona parte della popolazione.
Nel frattempo, la vecchia villa dei Crotta con il suo brolo che fine ha fatto? Attraverso varie vicissitudini, fu offerta cent’anni fa ad una comunità di monache cistercensi che erano state sfrattate dal loro monastero nel Bellunese e cercavano un nuovo posto. Esse adattarono la villa alle loro esigenze, conservando però sostanzialmente la bellezza originaria del luogo e soprattutto diventando con la loro spiritualità di impronta benedettina un segnale vivente dei pericoli che incombevano sul nuovo andamento di vita.
È così che si arriva al contrasto dei nostri giorni. Nel convulso sviluppo del nostro tempo quel bello spazio verde, resto di un passato ormai del tutto superato, secondo la mentalità dominante non poteva rimanere così inutilizzato. Era molto meglio se fosse stato valorizzato da una bella distesa di palazzi, negozi, uffici. Valorizzato da valori concreti, business, guadagni veri, per tanti. E le monache? Se non volevano andarsene, restassero pure, sarebbero state circondate anch’esse da un po’ di vita, invece che da quella solitudine in cui si trovavano.
Ci fu una reazione. Forte. Spontanea. Inaspettata. No, non toccate quel luogo. Lasciate quel verde. Lasciate spaziare lo sguardo verso un orizzonte che non sia fatto solo di costruzioni. Lasciate quel silenzio e quella solitudine del monastero. Anzi, se si vuole intervenire, cercate di allargare la zona del silenzio eliminando un po’ di traffico da quel luogo. Conservate quella bellezza. Anche se è sorta come una bellezza esclusiva, la bellezza è sempre bellezza e vale la pena conservarla.
Fu tanta la reazione che il folle progetto fu rapidamente ritirato, anche se i tentativi di “utilizzare” comunque quello spazio inutile continuarono in altri modi.
Questa è la storia del monastero e del suo brolo. Un bella storia di questo nostro tempo che, nonostante tutto, non si rassegna a perdere ciò che dà senso alla vita.
Giampiero Moret
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