
La notizia è apparsa con un certo rilievo sui giornali italiani solo nei giorni scorsi. Ma in realtà la Cina aveva bloccato l’ingresso a nove missionari già la scorsa estate, a partire dal mese di giugno. Tra loro c’è padre Gianni Criveller (NELLA FOTO), del Pime, originario della parrocchia di Conscio, Treviso. Padre Gianni, classe 1961, ha festeggiato proprio quest’anno venticinque anni di vita sacerdotale e missioanria. Dopo quattro anni di studio e attività a Napoli, è partito per Taiwan, dove è rimasto dal 1991 al 1994. Quindi a Hong Kong e Macau, dove ha svolto attività di docente e studioso presso l’Università Cinese di Hong Kong e l‘Holy Spirit Study Centre, uno dei migliori osservatori sul cristianesimo in Cina. Ha viaggiato molto spesso in Cina e in altri paesi per seminari, conferenze e sessioni di ricerca. È autore di numerosi studi e libri sulla storia del cristianesimo in Cina, tradotti anche in lingua cinese. Lo scorso anno è stato tra i protagonisti delle iniziative organizzate in vari paesi del mondo per i 400 anni della morte di Matteo Ricci, fondatore della missione moderna in Cina. Criveller è presidente della Commissione storica per la beatificazione dello stesso Ricci ed è impegnato anche in quella che riguarda il suo migliore discepolo, il letterato Paolo Xu Guangqi.
Troviamo padre Gianni ad Hong Kong, dove prosegue la sua attività, non senza un po’ d’amarezza per quanto ha subito.
Padre Gianni, perché la notizia dell’allontanamento dalla Cina è giunta solo ora, dopo quasi tre mesi?
Ero a Pechino da quasi un anno. Dopo un complesso iter burocratico, sottomettendo carte su carte, avevo ottenuto un contratto di lavoro e la relativa abitazione, un certificato di esperto straniero e un visto di lavoro presso un’università. Tutto era regolare e incoraggiante prima dell’improvviso diniego. Dovevo prima rendermi conto di cosa fosse successo ed essere in grado di interpretarlo. Ma soprattutto dovevo proteggere i colleghi con cui lavoravo a Pechino. Dovevo dare anche a loro tempo di capire cosa era successo e quali misure era necessario mettere in atto. Nel frattempo ho potuto avere delle informazioni utili a capire, e confrontarmi con altri a cui è stato impedito di rientrare in Cina.
Tra cui il tuo confratello e amico padre Franco Mella…
Si, la notizia che riguarda p. Mella, che ha subito una vicenda analoga alla mia, era già apparsa nei media di Hong Kong lo scorso luglio. È un personaggio piuttosto conosciuto qui, e la notizia ha avuto un certo risalto ed è stata ripresa da alcune agenzie internazionali. Ma non dalla stampa italiana. La vicenda aveva sorpreso perché p. Mella, molto impegnato a favore della giustizia e dei diritti, aveva trascorso 20 anni in Cina, sempre con visti temporanei, senza essere legato a nessuna struttura, ma anche senza impedimenti.
Avete collegato il vostro allontanamento alla scomunica della Santa Sede per l’ordinazione di due vescovi senza l’approvazione papale?
L’interpretazione più probabile è questa, anche perché è la prima volta, dopo 50 anni, che la Santa Sede prende una decisione così grave. Ma nessun funzionario cinese ha spiegato a me o ad altri il motivo del diniego. Dunque in effetti non so perché mi sia stato impedito di continuare il mio lavoro.
Ti pensano legato alla Santa Sede?
In nessun modo io ero a Pechino per incarico della Santa Sede, e nemmeno del mio istituto. Il mio impegno, esclusivamente di carattere accademico, deriva da un mio personalissimo modo di vivere la vocazione missionaria e delle mie inclinazioni personali. La mia attività era veramente ed esclusivamente di studio e insegnamento: i miei studi e pubblicazioni lo provano. Lo stesso vale per p. Mella, tutti sanno che non c’entra niente con il Vaticano! Spero che presto le autorità cinesi si rendano conto che colpendo noi hanno sbagliato bersaglio, non colpiscono affatto il Vaticano ma solo noi, e le persone che raggiungevamo con i nostri studi e le nostre attività. Spero dunque che presto mi sia permesso di riprendere l’attività a favore degli studi cristiani in Cina.
Quando sei stato bloccato all’aeroporto di Pechino non ti è stato detto niente?
No, non mi è stata fatta alcuna domanda e non ho subito alcuna perquisizione. Mi è stato chiesto solo di scrivere il mio nome in cinese, mi hanno fatto una foto e fotocopiato il passaporto. Tutto qui. Si erano fatte le due di notte, dunque ho dovuto passare la notte in una delle stanze della polizia di frontiera. La mattina successiva sono stato accompagnato al primo aereo per Hong Kong.
Che cos’hai pensato in quei momenti?
La notte è stata lunga e triste, ma non ho mai avuto alcuna preoccupazione per me: ero a conoscenza del protocollo, sapevo come sarebbe andata, perché era successo ad altri prima di me. I funzionari sono sempre stati cortesi e non ho subito alcuna intimidazione. Certo, durante la notte ho pensato melanconicamente ad un progetto perseguito per tanti anni, finalmente avviato con tante promesse e troppo presto spezzato. Ho pensato che stavo subendo un’ingiustizia e una sconfitta.
Pensi di riuscire a portare avanti alcuni studi da Hong Kong?
Alcuni certamente sì, anche da qui posso continuare alcuni contatti. Ad esempio in questi giorni avrei dovuto partecipare a un convegno universitario a Shanghai: non potendo più entrare in Cina ho inviato la mia relazione. Essa è stata letta nel corso dei lavori e sarà pubblicata. Alcuni colleghi ricercatori cinesi mi hanno manifestato solidarietà e invitato a continuare la collaborazione. Questo mi fa molto piacere, ma manca il contatto diretto e l’incontro con gli studenti che mi dava la possibilità di incoraggiarli ed indirizzarli negli studi sui temi del cristianesimo.
Pensi di essere controllato anche a Hong Kong?
Secondo me non ero molto controllato neppure a Pechino. Ma su questa questione ci sono opinioni diverse. Alcuni pensano che le email, tutte le conversazioni, anche questa con te, siano controllate. Io non lo credo. Servirebbe una quantità sproporzionata di risorse umane ed economiche! Sicuramente c’è un dossier su di me, questo sì. Me ne sono reso conto quando a Pechino, all’inizio di luglio, due funzionari della sicurezza nazionale sono venuti a visitarmi, e mi hanno fatto un sacco di domande. Sapevano tante cose di me, ma non mi hanno fatto nessuna critica, e non avevo per niente percepito che la mia presenza in Cina fosse in questione. Rimango del parere che la decisione di non farmi più rientrare, nel caso mio e di Franco Mella, sia una decisione politica, motivata solo da ritorsione, e non ha a che fare con quanto io ho fatto o detto.
Cosa farà ora la Santa sede verso la Cina? Verrà ripreso il dialogo o rimarrà una situazione di conflitto? Quali le conseguenze per voi?
Non sono in grado di rispondere a queste domande. Tutti sanno, anche in Cina, che sono un prete cattolico e sono leale verso la Sante sede. Certamente, in qualsiasi situazione della vita, il dialogo è preferibile al conflitto. Ma credo che le decisioni della Santa sede, che in definitiva sono quelle del papa, siano giuste e da appoggiare. Ma ci tengo a ribadire che le autorità cinesi hanno sbagliato a inserirmi nella lista nera. Tutti sanno che p. Mella ed io non lavoravano per conto di nessuno. Lui era attento alle persone bisognose, e ha ottenuto persino un importante riconoscimento pubblico nella città di Xuzhou. Io mi interesso di studenti e studiosi, e il mio lavoro è conosciuto negli ambienti accademici cinesi. Nella chiesa cattolica ci sono servizi e carismi diversi, non siamo tutti soldatini intruppati. Le nostre idee, inclinazioni e motivazioni personali hanno un grande rilievo nel modo in cui viviamo la nostra chiamata missionaria. Spero che i funzionari che hanno per le mani il nostro caso prima o dopo se ne rendano conto.
E ora cosa farai?
Ho numerosi progetti: ricerca, pubblicazioni e collaborazioni, che mi impegneranno per almeno un anno. La mia base rimane Hong Kong, ma dovrò recarmi anche in altre città, in particolare negli archivi di Roma. Qui a Hong Kong mi trovo bene, ma il mio interesse era sempre stato verso la Cina, dove mi sono recato almeno una sessantina di volte. Se davvero, come spero non succeda, mi fosse impedito di tornare in Cina ancora per molti anni, potrei iniziare qualcosa di nuovo e diverso. Ma non voglio decidere ora, emotivamente. E poi ci sono anche i superiori: sono sempre un missionario del Pime.
Lucia Gottardello
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