da L'AZIONE di Domenica 27 novembre 2011 - Attualità - pagina 4                      

CI SONO PAESI DEL MONDO DOVE LA POPOLAZIONE CRESCE ANCHE PERCHE' C'E' FIDUCIA NEL FUTURO               

I  paesi a più alto tasso di crescita demografica si sono contesi la dichiarazione di nascita dell’essere umano numero 7.000.000.000. Un evento di per sé frutto di una stima, di una convenzione: nessuna anagrafe globale è infatti in grado di stabilire con precisione il numero totale dei viventi sul pianeta. Ma è interessante capire perché l’India e altri stati abbiano voluto con forza celebrare nel proprio paese questo evento. I tassi di crescita della popolazione nel mondo parlano chiaro: c’è un mondo sviluppato che ha smesso di crescere, che invecchia rapidamente e che si trova di fronte al grave problema delle risorse per la previdenza. C’è un mondo non altrettanto sviluppato o in via di sviluppo in cui i tassi di crescita demografici sono invece altissimi. Può sembrare un meccanismo contraddittorio, perché siamo abituati a pensare alla voglia di fare figli come a una scommessa su un futuro felice e sicuro: il mondo ci sta parlando invece di un meccanismo demografico diverso. Da un lato una crescita dovuta all’estrema povertà e quindi allo scarso controllo delle nascite o all’idea che più braccia in famiglia siano anche più possibilità di farcela.

Ma c’è anche un altro fenomeno, soprattutto in alcuni paesi emergenti, dalle economie con il Pil in esplosione: l’ottimismo, che spinge anche genitori poveri a mettere al mondo tanti figli convinti che per loro il futuro sarà migliore. Un po’ il meccanismo che ha portato l’Italia del secondo dopoguerra al baby boom nato di pari passi allo sviluppo esplosivo dell’economia. Un lievito sociale oggi ben presente in India, in Brasile, in Cina.

Da questo quadro traspare un fattore interessante: la volontà di costruire una famiglia è più legato alla percezione del miglioramento delle condizioni di vita che al reale benessere, alla reale presenza di strutture sociali, sanitarie, alla ricchezza pro capite. Al benessere potenziale piuttosto che al benessere reale. Anzi: oggi chi sta meglio – e ne sappiamo qualcosa in Italia – teme che le future generazioni avranno meno garanzie delle precedenti, che conoscano condizioni di vita più precarie di quelle dei propri genitori e dei propri nonni. In questo ondeggiare tra ottimismo e pessimismo si colloca la nascita di Nargis, venuta alla luce nel distretto indiano di Lucknow: con lei la Terra ha tagliato il traguardo dei 7 miliardi solo 12 anni dopo la nascita dell’essere umano numero 6 milardi. Siamo troppi? La Terra è in grado di contenere questo boom demografico che agli attuali tassi di crescita potrebbe portarci a superare i 15 miliardi di abitanti tra meno di 90 anni? Di dare nutrimento, risorse energetiche, case, vestiti e mezzi di trasporto per tutti? Domande molto complesse, a cui nessun economista saprebbe rispondere con certezza. Una cosa però è certa: se vogliamo che le dinamiche demografiche non portino con sé povertà, flussi migratori strutturali e conflitti per l’accaparramento di acqua, mais, idrocarburi… da subito bisogna porsi il problema di una più equa distribuzione delle risorse a livello globale. È un tema che non si può più rimandare: è solo ridistribuendo in modo solidale ed equo le ricchezze tra paesi e tra le diverse fasce sociali all’interno di ogni stato che anche lo sviluppo demografico conoscerà un percorso più uniforme e omogeneo.

Anche noi possiamo fare la nostra parte, ciascuno nella propria vita di ogni giorno, scegliendo comportamenti di consumo e di risparmio attenti alle condizioni di lavoro e di vita di chi magari sta dell’altra parte del mondo e produce per noi caffè, macchine fotografiche o giocattoli. E stando ben attenti al tema ambientale. Comportamenti di “economia reale” che anche in questa fase di crisi creata dalla finta economia della speculazione finanziaria ci possono far recuperare consapevolezza e possono riportare l’economia alla sua primaria funzione di creazione ed equa distribuzione delle ricchezze. Lavorare per un futuro più sostenibile e solidale è utile prima ancora che eticamente giusto: c’è forse qualcosa di malato in un sistema economico e sociale che non accompagna il benessere delle persone con l’ottimismo di poter pensare ad un futuro migliore per i propri figli.

Alessandro Franceschini
Direttore settore cultura della cooperativa Pace e Sviluppo
Altromercato di Treviso
Presidente dell’Assemblea
generale italiana del commercio equo e solidale - Roma

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