da L'Azione di Domenica 27 novembre 2011 - CHIESA - pagina 10
IL CARDINALE EMERITO DI FIRENZE PIOVANELLI SULL'AVVENTO
Il voler tutto e subito non sopporta di attendere. Oggi è questo l’atteggiamento prevalente, siamo tutti concentrati sul presente e non riusciamo ad alzare lo sguardo sul futuro rimanendo in attesa. L’attendere ci pare un tempo sprecato, buttato nel nulla. Per questo anche l’Avvento, come tempo religioso dell’attesa di Dio che viene, incide poco nella nostra vita.
Abbiamo parlato dell’attesa con il cardinale Silvano Piovanelli, già arcivescovo di Firenze, che la scorsa settimana ha tenuto un corso di esercizi per i sacerdoti. Ci ha spinto a farlo anche il fatto che lui, ottantasettenne, usa con disinvoltura i mezzi moderni di comunicazione, infatti le sue meditazioni sono condotte non solo con parole, ma con immagini, filmati, registrazioni di testimonianze. Un anziano, dunque, che non è chiuso nel suo passato, in ciò che ha sempre fatto nella vita, ma che si è incuriosito del nuovo che arriva nel nostro mondo. Ma un anziano, gli chiediamo, può ancora progettare cose nuove per la vita, non dovrebbe ormai pensare solo alla chiamata del Signore? «È proprio l’attesa dell’arrivo di Colui che è la vita senza fine che deve rendere la vita presente sempre nuova, sempre aperta al cambiamento. Ma per essere così disponibili al nuovo bisogna essere capaci di attesa, non rimanere chiusi nel proprio passato e non essere solo presi dal presente immediato, come la mentalità corrente ci spinge».
Come mai oggi succede questo? «Forse perché siamo presi dalle troppe cose che il presente opulento ci offre. Non ci interessa guardare alla vita che ci sta davanti, perché siamo sommersi dalle tante cose che ci arrivano con un ritmo incalzante, prima ancora di attenderle. Ma la ragione più profonda e vera è che l’uomo è troppo chiuso in se stesso e non attende più qualcuno che arriva a lui e gli apre nuove possibilità. È pericolosa la piega che la nostra vita sta prendendo. Chi non attende allontana il futuro, quello della morte, che gli fa paura, ma anche quello delle età della vita che si susseguono e che dovrebbero essere previste e preparate. Non sa più progettare e costruire con consapevolezza la vita. Questo lo si vede bene nei giovani che tendono a vivere alla giornata e non sanno programmare la vita e perciò non hanno “vocazione”. Non riescono ad individuare il loro posto nella storia. Ma non è solo dei giovani questa incapacità di attendere e preparare il futuro, anche gli adulti e gli anziani possono cadere in questo inganno».
In questa situazione quale ruolo può avere la speranza cristiana? «L’attesa delle promesse di Dio, se è vissuta non con l’atteggiamento della noiosa attesa della sala d’aspetto che non si vede l’ora che finisca, ma come impegno a programmare la vita in modo che raggiunga quella meta, è ciò che ci strappa dall’incanto del presente e dalla falsa pretesa del tutto e subito e ci mette nell’atteggiamento dell’operosa e vigilante attesa che rende bella e interessante anche la vita presente. L’avvento, adventus, arrivo, è un tempo in cui il credente deve intensificare questo atteggiamento, perché credere è essenzialmente attendere l’arrivo di Qualcuno e preparare tutte le cose necessarie per l’incontro. Come le cinque ragazze sagge della parabola evangelica».
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