da L'AZIONE di Domenica 18 dicembre 2011 - Attualità - pagina 5
 
IN PENSIONE IL PROCURATORE DI TREVISO ANTONIO FOJADELLI: "LE PERSONE DEBOLI OGGI RISCHIANO L'INGIUSTIZIA"

 
Mercoledì 14 dicembre è stato l’ultimo giorno di lavoro per un personaggio di primo piano della società trevigiana in questi anni: il Procuratore capo del Tribunale di Treviso Antonio Fojadelli, vittoriese. A 72 anni ha raggiunto il traguardo della pensione, dopo aver lavorato otto anni nel capoluogo della Marca e dopo una carriera che lo ha visto prima in tirocinio al Tribunale di Genova, poi per tanti anni a Venezia (come pretore, sostituto procuratore, alla guida dell’Antimafia impegnata nelle inchieste relative alla mala del Brenta) e poi procuratore a Vicenza fino al 2003.
 
Dottor Fojadelli, con quale stato d’animo lascia il mondo dell’amministrazione della giustizia?
«Con uno stato d’animo certamente non allegro, perché lasciare un posto su cui si è rimasti otto anni non è un’operazione indolore, se non altro perché l’ho fatto con buona volontà e impegno».
 
Com’è cambiato il mondo della giustizia rispetto a quando lei è entrato a farne parte?
«Si è tentati di dare due risposte che possono sembrare tra loro contrastanti. La prima è: non è cambiato nulla. Perché i problemi sono sempre gli stessi: la lentezza della giustizia, le riforme che non arrivano mai, la difficoltà dell’ordine giudiziario di trovare il proprio ruolo all’interno delle istituzioni, nei rapporti con gli altri poteri dello Stato e nei rapporti con il cittadino. Le difficoltà non sono diminuite.
Se invece vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, in positivo, pur essendo vero che certe cose sono peggiorate in termini di servizio, è certamente migliorata la coscienza, sia all’interno che all’esterno, di che cosa significhi “rendere giustizia”, cioè occuparsi di quella che è idealmente la massima aspirazione dell’uomo».
 
Tuttavia in Italia, e ancor più a Treviso, risulta esserci una carenza di personale che non agevola…
«Certo c’è una carenza “tecnica” a cui non si dà una risposta adeguata. Ma ci sono tante difficoltà per più motivi. Perché il mondo si è complicato e è diventato più conflittuale; perché le persone sono diventate più conflittuali: è più grave questo di altro. Quindi c’è una domanda di accesso al servizio giustizia, che non potrà mai essere completamente evasa: è impossibile. Un tempo la lite tra i vicini veniva risolta dal maresciallo dei Carabinieri; oggi si va in causa. In questo modo non se ne verrà mai a capo. Forse occorre ripensare a sistemare le cose e a riservare la giustizia con la G maiuscola alle cose che lo meritano».
 
Può fare qualche esempio?
«Pensi che, riguardo alla giustizia civile, oggi un matrimonio ogni tre viene trattato davanti al giudice, per separazione, divorzio o altro. Si immagini quindi le migliaia e migliaia di conflitti e il peso che ne consegue e il tempo che occorre e il denaro che si spende.
Se pensiamo alla giustizia penale, vista dal punto di vista di una Procura della Repubblica, c’è una miriade di piccoli reati che intasano. Provi a pensare solo alla guida in stato di ebbrezza: sono migliaia di casi. Non sarebbe meglio, invece, che le persone diventassero più educate sotto il profilo del comportamento stradale? Ancora, si espandono tantissimo le truffe, i reati predatori, cioè quelli che mirano in qualche modo ad accumulare denaro. Abbiamo poi i reati ambientali, per i quali è certamente cresciuta la sensibilità come anche le strumentazioni per la tutela dell’ambiente.
Ci sono poi il traffico della droga, lo sfruttamento della prostituzione. E purtroppo i recenti e più gravi casi dimostrano che questi traffici sono in mano agli stranieri, di varia origine. È un problema nuovo al quale non eravamo preparati, perché c’è un problema di accoglienza, ma anche un problema di rispetto alle regole. Ed uno non esclude l’altro. Accoglienza significa “c’è posto per tutti”, a patto che vengano rispettate le regole. Rispettare le regole non significa negare la speranza che così tante persone hanno in una vita migliore di quella miserabile che stanno conducendo. E questo come cristiani non si può negare».
 
Ripensando alla sua carriera, quali sono stati i momenti più belli e quali i più difficili?
«Si potrebbe dire che è stato un lungo momento difficile intervallato ogni tanto da incredibili momenti di grande soddisfazione, quando si riesce a dare una risposta. Tra quelli belli metterei quando siamo riusciti a scoprire gli assassini di Gorgo al Monticano».
 
Secondo lei, uomo di giustizia, quali sono le ingiustizie più grandi oggi?
«Purtroppo l’ingiustizia si compie ogni giorno per effetto dell’assetto della società: oggi la persona debole economicamente, personalmente, psicologicamente corre molte più rischi di un tempo, e quindi è vittima di ingiustizia. È quell’ingiustizia che matura a causa di una tendenza alla sopraffazione. È il frutto di un egoismo che a volte viene addirittura esaltato. Qual è il supremo ideale oggi? Possedere la ricchezza, il benessere, automobili di lusso, veline… Ciò perché è venuta meno una riflessione su quelli che chiamiamo i valori della vita. La gerarchia valoriale si è indebolita. Di fronte a questo smarrimento, è cresciuta la necessità di un impegno per farvi fronte. E quindi occorre non predicare, ma dare l’esempio, testimoniare, per quel che si può, pur con la nostra limitatezza. Ora diventa importante questo.
 
A cosa pensa di dedicarsi ora che va in pensione?
«Per me non significa allontanarmi del tutto dalle cose di cui mi sono interessato e occupato per tanto tempo, come i problemi della bioetica, del testamento biologico, della sicurezza stradale. Non sono cose che intendo abbandonare: ho già accettato vari inviti a esporre, a illustrare i frutti della mia esperienza.
Non nego, dopo anni assai intensi, di aver bisogno di un po’ di tempo per riprendermi fisicamente e per riordinare le idee. E poi ho la casa piena di libri che aspettano di essere letti. Certo non ho più l’età per scalare montagne, ma continuerò a sciare, finché il fisico me lo permette.
Franco Pozzebon

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