da L'AZIONE di DOMENICA 25 DICEMBRE 2011 - PAGINA 5        
 
LO SCRITTORE ERRI DE LUCA E IL NATALE              
 
 
Sabato scorso lo scrittore napoletano Erri De Luca (nella foto) era nel Trevigiano per rappresentare lo spettacolo teatrale ricavato dal suo libro “In nome della madre”, in cui compie una rivisitazione umanissima della storia di Maria e di Giuseppe, chiamati a vivere la vicenda eccezionale e difficile di accogliere la nascita di un bimbo annunciato da un angelo.
È stata l’occasione per soffermarsi sulla festa del Natale, vista con gli occhi di un uomo di cultura che si professa non credente, ma è anche un conoscitore profondo quanto disincantato dei testi sacri.
 
Lei come spiega la festa del Natale, la festa più importante dell’Occidente, incentrata su un evento così normale come la nascita di un bambino?
«Io penso che la nascita di un bambino sia la festa della madre. Perché è la madre che riesce a portare a termine il compito di spingere una nuova vita nel mondo. E in particolare nella storia del Natale, perché il compito che si era assunta quella ragazza-madre era ancora più gravoso, importante. E perciò il lieto fine di quella gravidanza è la sua festa, meritata».
 
Maria e Giuseppe – Miriam e Josef – sono due figure di genitori abbastanza atipiche, che lei ha scandagliato nel suo libro “In nome della madre”. Cosa le ha colpito di loro?
«Considerato che in nessun vangelo si dice che Giuseppe sia vecchio, e che quindi quei due erano ragazzi, colpisce che essi si siano messi insieme contro la legge di quel tempo, contro la comunità che li condannava, che condannava quella loro unione, perché comunque Giuseppe è uno che accetta di sposare una ragazza incinta non di lui. Colpisce questa alleanza che si forma tra questi due ragazzi e che permette loro di resistere e di vincere le pressioni del mondo esterno di allora. Questa è la buona notizia: di una alleanza amorosa tra quei due che è talmente forte da avere ragione delle contraddizioni e delle difficoltà di quel tempo».
 
L’attenzione va il più delle volte alla figura Maria, ma lei lascia capire che quella di Giuseppe, non è da meno per quel che ha fatto …
«Giuseppe è uno che si aggiunge. Il suo nome, Joseph, in ebraico vuol dire proprio questo: “Colui che aggiunge”. È il participio presente del verbo jassaf, aggiungere. Quindi si aggiunge, e la sua “aggiunta” permette a questa storia di compiersi».
 
Riecheggiando una sua poesia, lei cosa “considera valore” della festa del Natale?
«Il lieto fine di quella gravidanza».
 
Cosa pensa lei dei simboli del Natale: il presepio, l’albero, le celebrazioni religiose, i regali?
«L’albero non c’entra niente con il Natale, è una decorazione aggiunta. E il presepe è arrivato molto tardi. In ogni caso una cosa che non c’entra proprio niente con il Natale sono i regali. I regali sono un’invenzione commerciale, di persone che decidono in quel giorno di celebrare uno scambio di doni. Ma il Natale materialmente è la nascita di una creatura in condizioni di estrema povertà e di estremo disagio, quindi non ha niente di lussuoso, di festoso».
Restando sui simboli del Natale, secondo lei che è napoletano, quale significato ha il presepe napoletano? Perché è diventato così importante a Napoli?
«Veramente non lo so. È una tradizione che risale al Seicento-Settecento e si fonda su un artigianato di eccellenza che era lì per servire la corte, i nobili. Era un artigianato di servizio, non artistico, che ha raggiunto una qualità di eccellenza nella manualità e nella esecuzione di quelle statuine. Io personalmente ho visto dei presepi meravigliosi. Sono il più bel gioco per adulti che sia mai stato fatto».
 
A casa sua non veniva fatto il presepe?
«Da noi non si usava. Si usava l’alberetto, un piccolo abete addobbato».
 
Un ricordo bello del Natale nella sua vita, nella sua infanzia?
«Era bello la sera quando ci si riuniva insieme ad un’altra famiglia di cugini ed erano belle le canzoni che cantavamo. Erano canzoni che ci hanno insegnato i nostri genitori, canzoni che non hanno niente a che vedere con il Natale, perché erano canzoni di montagna, a Napoli…».
 
Era insomma un momento significativo dal punto di vista umano?
«Sì, il Natale per me erano i canti di montagna».
 
Cosa le piacerebbe fare il giorno di Natale?
«Beh, da quando non ci sono più i miei genitori io ho eliminato per me questa festa. Quindi sono in giro, mi sposto…»
 
Per lei è quindi un momento di solitudine?
«Sì sì, perché per me è arrivato il tempo della solitudine, quindi lo rispetto…».
 
Guardando alla figura di Maria e di Giuseppe quale messaggio di speranza può venire in questo Natale 2011 caratterizzato da tanti motivi di preoccupazione e crisi?
«Se ce l’hanno fatta loro, si può fare! Se ce l’hanno fatta loro in quelle condizioni, possiamo farcela anche noi, in condizioni molto più favorevoli come sono le nostre».
 
Però non molti prendono l’esempio da Maria e Giuseppe, mentre magari i regali sono il primo pensiero... Secondo lei perché?
«Sì, questa iniziativa dei regali è un bel bazar commerciale, che non ha nessuna ragione di essere. Va bene, perché come tutte le cose commerciali funziona…
Ma il buon segnale di quella storia è che quei due ce l’hanno fatta, in quelle condizioni. E quello diventa un esempio per noi: perché quell’alleanza amorosa che si stabilisce tra loro è capace di superare ogni difficoltà».
 
La soddisfazione più bella che le ha dato il libro “In nome della madre”?
«Che è stato adottato come lettura consigliata in alcuni reparti di ostetricia».
Franco Pozzebon

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