da L'AZIONE di Domenica 20 febbraio 2011 - pagina 4 - Attualità
ROMANO PRODI DA ANNI SI OCCUPA DEL CONTINENTE AFRICANO PER CONTO DELL'ONU
L'unica via che può portare alla “rinascita dell’Africa” è “mettere insieme Unione europea, Cina e Stati Uniti”. Lo afferma Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e già presidente della Commissione europea, che da qualche anno si occupa del continente africano per conto dell’Onu. L’Azione lo ha incontrato a Padova, per i sessant’anni del Cuamm, il consorzio universitario per i medici da inviare in Africa. «Questa è l’unica condizione – sottolinea Prodi – perché l’Africa non diventi campo di battaglia degli altri».
Lo immaginava che la rivolta in Tunisia si sarebbe espansa in Egitto e ora ad altri Paesi?
«Era ben difficile non metterlo in conto. In tutto il Nord Africa la situazione è piena di tensione. La novità è che la rivolta popolare in Egitto non è stata organizzata dall’alto. Ha avuto come molla i disoccupati con un elevato livello d’istruzione. E questo è un problema di tutto il Nord Africa. Il fatto che ha occasionato la rivolta è stato l’aumento del prezzo del pane. A questi fattori va aggiunto quello della Fratellanza Musulmana che ha avuto un ruolo, di giorno in giorno, sempre più importante».
Ma quale soluzione politica si prospetta?
«Non può essere semplicisticamente quella rivolta al passato. Chi pensa risolto il problema politico con la fuga di Mubarack sbaglia. I problemi politici incominciano adesso e hanno una varietà enorme di possibili soluzioni: da una forte presa dell’esercito a un coinvolgimento di buona parte delle opposizioni, ad una leadership che può avere caratteristiche diverse. Certo è che queste tensioni sociali spingono verso un’emigrazione che sarà molto pesante. E l’unica destinazione è il nord. Il problema si pone perché l’Europa non ha fatto la politica che doveva fare. Da presidente dell’Ue avevo proposto partecipazioni paritarie nella Banca del Mediterraneo, nelle università, ma su queste prospettive l’Europa non ha voluto aprire le orecchie e la bocca».
Ritiene che la rivolta esonderà in altri Paesi?
«Sì, grazie ai nuovi media che sono incontrollabili. È estremamente importante, comunque, ciò che avviene in Egitto. In questo Paese, se si va verso una soluzione progressivamente democratica, ci sarà quel grande cambiamento che infetterà in modo positivo tutto il Mediterraneo, l’Africa intera. E non dimentichiamo, al riguardo, i fatti nuovi che sono avvenuti in sei mesi: il cambiamento in Turchia, il nuovo governo in Libano e ciò che sta avvenendo in Egitto. E allora penso al futuro di Israele...».
Israele ha da temere?
«C’è oggi il rischio che Israele si trovi circondato non più da Paesi mediatori, come era l’Egitto, ma da Paesi con una politica di minore apertura verso se stesso. Se si apre la porta con Gaza, che cosa accadrà? Cambia lo scenario. Si pensi solo alla possibile ricaduta sulla struttura difensiva israeliana. Fatte queste premesse, è evidente che c’è assolutamente bisogno di un forte intervento americano».
Intervento americano di che tipo?
«Di pacificazione. Intervento che l’Europa non è in grado fare. Obama si è piazzato bene. Tanto che in Tunisia vi è un movimento di tensione verso la Francia e di apertura, invece, verso gli Usa. Si sono quindi rovesciati i sentimenti popolari. E c’è di nuovo un’attesa nei confronti degli Stati Uniti che da molti anni non si aveva. Io spero che la presidenza americana non deluda queste attese».
Parliamo delle opportunità di sviluppo economico dell’Africa.
«Sono problematiche. Ci sono imprenditori che, anziché investire direttamente in Africa, preferiscono aprire fabbriche in India o in Cina e da lì esportare in Africa, perché in questi 53 Paesi non ci sono ancora infrastrutture, le convenienze economiche, le regole doganali. Bisogna creare un mercato africano».
È proprio vero che il multiculturalismo, come modello di integrazione, è fallito?
«Bisogna creare delle convivenze progressive, delle condizioni di rapporto per cui nelle seconde generazioni maturi un’unità sostanziale nella popolazione. L’Italia è sempre stata un paese di emigranti. Quando vado in Germania e riscontro che le seconde generazioni sono perfettamente tedesche, a me non dispiace affatto. Se in futuro una persona rimane estranea all’altra, la vita diventa difficile per tutti».
Una domanda conclusiva sulla crisi. È possibile crescere di più?
«L’Italia, insieme alla Spagna e alla Grecia, ha le previsioni di crescita più basse in Europa. Siamo all’1-1,3%. Potremo fare qualcosa di più, perché lo sviluppo esterno è più vigoroso. Crescendo dell’1% soltanto nel 2015-2016 arriveremo alla situazione pre-crisi. Quindi il problema della disoccupazione, se non cambiamo ritmo, ce lo porteremo con noi altri 4-5 anni».
Francesco Dal Mas
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