Chiuso il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, è bene non dimenticare la provocante affermazione che è stato il tema di questa edizione 2010: “Quella natura che spinge a desiderare cose grandi è il cuore”. Vuol dire che l’uomo nella sua identità più profonda, nella sua più vera natura è quel suo cuore animato da un desiderio di cose grandi, fino a desiderare l’infinito. Ogni credente ne è convinto. Se crede è perché sente dentro di sé questa spinta ad andare oltre a tutto ciò che l’esperienza immediata gli offre. Ma seguire questa spinta è faticoso. È forte la tentazione di lasciarla perdere nel vuoto e a considerarla un inutile spreco di energia. Un colpo sparato in aria dove non c’è alcun bersaglio da colpire. Meglio puntare sulle cose certe che la vita ci offre e che, soprattutto al giorno d’oggi e dalle nostre parti, è abbastanza ricca di obiettivi immediati.

Il desiderio di cose grandi si sta smorzando sempre di più. Fino ad un certo tempo, nell’avventura di questo nostro mondo moderno, si era ancora capaci di cose grandi, anche se riguardavano ormai solamente questa nostra terra. Non interessava più tanto il cielo, ma si aveva grandi sogni per questa terra. La parola magica del progresso faceva ancora battere il cuore e lo proiettava verso un futuro radioso. Ora questi grandi progetti di rinnovamento del mondo entusiasmano ben pochi. Pochi credono alle famose ideologie in cui questi progetti si incarnavano. Il clima generale spinge sempre più a ripiegarsi su se stessi.

Ci si accontenta della gestione della propria vita quotidiana. Ognuno chiuso nel suo piccolo. La propria famiglia, la propria carriera, il proprio lavoro, le proprie soddisfazioni. Si spera che garantire giorno per giorno il buon funzionamento di queste personali cose possa saziare il desiderio del proprio cuore. Il resto è illusione. Nello Zibaldone di Giacomo Leopardi leggiamo questo amaro pensiero. “La felicità che naturalmente l’uomo desidera è una felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi e da questo nostro animo tal quale egli è presentemente e quale noi lo sentiamo; una felicità insomma di questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita”. Leopardi fa un discorso generale sulla natura dell’uomo affermando il contrario del messaggio che il tema del Meeting ha inteso lanciare. Al giorno d’oggi si è accentuata la tendenza a smorzare il desiderio piegandolo al reale sicuro nel quale si è immersi. Non si richiede alcuno sforzo ad abbassare così lo slancio del desiderio, basta lasciarsi andare al trantran della vita.

Ma è proprio questo reale, l’esperienza quotidiana, che fa scattare sempre di nuovo il desiderio di andare oltre in tutta la sua potenza. È ciò che succede attorno a noi, le grandi tragedie del mondo, il terrorismo, la fame, le catastrofi, le guerre, la violenza, le ingiustizie che irrompono continuamente nel piccolo mondo ben protetto e lo distruggono. Non si può far finta che non ci siano e non ci si può illudere che prima o poi si risolveranno da sé. E poi ci sono i fatti personali, la fragilità della vita, le disgrazie, la disgrazia finale della morte. I nostri piccoli mondi in cui ci ripariamo si sgretolano di fronte a questi colpi inesorabili e noi ci sentiamo perduti. In questi momenti è impossibile lasciarsi trasportare dal tranquillo scorrere della vita. Per non pensare bisogna escogitare qualche rifugio eccezionale, imboccare dei pozzi profondi che ti inghiottano completamente. La droga, per esempio. O qualche diversivo altrettanto forte.

Per evitare queste rovine la scelta più naturale è quella di lasciarsi riprendere da questo nostro cuore, affidarsi al suo slancio e puntare alle cose grandi che esso ci indica. Forse scopriremo che sono le cose più sicure e più soddisfacenti.

Giampiero Moret

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