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Quale modello di città per l'educazione alla cittadinanza e all'ospitalità?

Alcuni dei temi trattati dal filosofo Curi, intervenuto a Conegliano nel contesto del Festival Biblico 2019

Parole chiave: Filosofia (1), cittadinanza (1), polis (1), civitas (1), chiave di Sofia (1)
Quale modello di città per l'educazione alla cittadinanza e all'ospitalità?

“Tra polis e civitas - Alle radici dell’idea di città per una nuova educazione alla cittadinanza”. Questo il tema affrontato lo scorso 3 maggio a Conegliano, presso il Teatro Toniolo, dal filosofo Umberto Curi in un dialogo con Alessandro Tonon (de La Chiave di Sophia) nel contesto del Festival biblico 2019. Assunto come indispensabile punto di partenza il recupero del concetto originario di “città” per poter riflettere sulle caratteristiche delle società umane sia passate che presenti, è stato proposto un interessante confronto tra “polis” e “civitas”, nonché tra cultura civica greca e romana. Le differenze e i punti di contatto tra i due modi di concepire la vita in comunità, presentati durante l’incontro, non sono di poco conto. Di seguito, un breve riassunto di alcuni tra gli argomenti toccati (concetti di polis e civitas, rapporto con lo straniero, ruolo dei filosofi nello Stato), in modo da favorire la diffusione di nozioni utili per un dibattito collettivo.

È necessario sottolineare, innanzitutto, una divergenza di fondo che intercorre tra le due realtà in questione: mentre la polis greca, caratterizzata da un sistema chiuso, statico ed elitario che considera come cittadini solo gli uomini che condividono una stessa provenienza etnica e culturale, riproduce se stessa nei territori occupati mantenendo intatta la propria struttura, la civitas romana risulta, sin dalle origini, aperta alla crescita e all’espansione. Quest’ultima, infatti, individua come punto di equilibrio dinamico proprio la differenza e la mescolanza tra i popoli, uniti non da origini comuni ma da un unico fine condiviso, la concordia. Non a caso, come è stato ricordato, si è portati a identificare l’“imperialismo romano” come una sorta di “tentativo di trasformare l’orbs in urbs” e conseguentemente a concepire, attualizzando, il “modello della civitas come modello della globalizzazione”.

Tuttavia, per quanto contrastanti nei loro caratteri sostanziali, polis e civitas si incontrano nella questione relativa alle norme morali che regolano i rapporti tra lo straniero ed il cittadino, tra l’ospite e l’ospitante. La letteratura classica di entrambe le civiltà - dai miti (si rivedano il mito di Filemone e Bauci, i poemi omerici ed epici in generale) ai dialoghi filosofici, fino ad alcuni antichi disegni di legge (leggi delle XII tavole) - si dimostra perfetto testimone di una concezione quasi sacrale dello straniero. L’hostis, alla latina, o lo xenos, alla greca, veniva infatti accolto senza l’impedimento di alcun pregiudizio, e l’ostilità nei suoi confronti veniva indiscutibilmente considerata, come scrive Eschilo nell’Ecuba, “nefando innominabile crimine”.

Una simile disposizione culturale, riassunta nel concetto greco di Xenia, è stata assorbita dalle rispettive lingue: xenos, non avendo necessariamente una connotazione negativa, significava contemporaneamente “straniero”, “nemico”, “strano”, “stravagante”; hostis, comunemente tradotto con “nemico”, avrebbe indicato, almeno fino al I secolo d.C., il neutro e generico concetto di “straniero”. Per di più, il significato del verbo hostire (“compensare”, “contraccambiare”) da cui deriva il termine latino, riportando alla mente una consuetudine diffusa presso gli antichi, specifica un’alta considerazione dello straniero: questi veniva accolto e ricompensato con un dono per aver contribuito, grazie alla sua presenza, alla costruzione dell’identità dell’ospitante.

Questa cultura o, se si vuole, etica dell’accoglienza, ereditata anche dal mondo ebraico e quindi cristiano, subisce una radicale svalutazione nell’era del capitalismo, momento storico di considerazione dell’altro come intralcio e minaccia alla volontà di potenza del singolo, invece che come “simultanea compresenza del dono”.

A questo punto, non resta che individuare, su invito di Curi, il modello di riferimento più adatto tra quelli presentati per attuare una manovra di ridimensionamento etico e politico dell’Occidente, ormai da tempo in crisi.

Un simile progetto di rinvigorimento dello Stato, però, non potrà essere attuato se non quando, osserva l’emerito professore, i governi saranno guidati da uomini competenti, in grado di “fare della buona filosofia”. L’ispirazione proviene ancora una volta dal mondo classico: lo Stato naturalmente ammalato del Platone de La Repubblica rinsavirà, per lo meno parzialmente, solo grazie all’intervento di sapienti e filosofi, ovvero di coloro che amano contemplare la verità e che sono soprattutto coscienti del carattere inconcludente della ricerca stessa della verità. La filosofia, dunque, intesa nel suo senso originario come desiderio e bisogno di conoscenza, dissotterrando le radici dei molteplici aspetti del reale, affina la considerazione umana di sé e del mondo, ed assiste gli uomini perché affrontino consapevolmente l’apparentemente caotico progredire degli eventi.

Beatrice Magoga

(Nella foto, gentilmente concessa da La Chiave di Sofia, il filosofo Umberto Curi e Alessandro Tonon).

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