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IL DISCORSO PROGRAMMATICO DI GIORGIA MELONI

L'editoriale del direttore, don Alessio Magoga

IL DISCORSO PROGRAMMATICO DI GIORGIA MELONI

Se è vero che non si può giudicare un governo dal discorso programmatico del suo Presidente, è anche vero che non se ne può prescindere. Quelle tracciate martedì scorso da Giorgia Meloni rappresentano le linee programmatiche che la sua compagine intende perseguire nel prossimo futuro e quindi vanno considerate con grande attenzione. Soprattutto vanno ricordate per comprendere se il governo di centrodestra – o “destracentro” come più di qualcuno lo definisce – sarà coerente. La migliore esegesi, la più efficace interpretazione del discorso della Meloni, proprio per questo, sarà offerta dal governo stesso: da quello che sarà in grado (o non sarà in grado) di realizzare nel corso dei prossimi mesi o dei prossimi anni, se saprà durare, come con un certo orgoglio ha auspicato Meloni, sino alla fine della legislatura.

Il discorso programmatico non è stato breve: è durato più di un’ora ed è costituito da più di venti cartelle! Una sua analisi attenta necessiterebbe di ampio spazio che qui non ci è concesso. Ci limitiamo per ora a qualche sottolineatura, del tutto provvisoria, lasciando la parola più avanti – perché no – anche ai nostri lettori.

Il primo dato che salta agli occhi è il cambio di registro. Lo si coglie, in verità, tutte le volte in cui un partito passa dall’opposizione al governo: si lasciano i toni da “rivoluzionari” e si assumono quelli più compassati e solenni di chi ha la responsabilità di guidare un Paese. Non fu così anche per i 5 Stelle del “Contratto per il Governo del Cambiamento” firmato insieme alla Lega all’inizio della scorsa legislatura? In questo caso, però, tale cambio di atteggiamento assume contorni nuovi. Emblematiche sono, infatti, le parole che Meloni ha detto sul fascismo, in un certo modo anticipate da quelle del Presidente del Senato, La Russa, che solo qualche giorno fa aveva definito il rastrellamento del ghetto di Roma “una delle pagine più buie della nostra storia”.  “A dispetto di quello che strumentalmente si è sostenuto – ha detto “il” Presidente Meloni – non ho mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici. Per nessun regime, fascismo compreso. Esattamente come ho sempre reputato le leggi razziali del 1938 il punto più basso della storia italiana, una vergogna che segnerà il nostro popolo per sempre”. Che siano parole di circostanza, dette per compiacere il “politicamente corretto”, oppure parole che segnano un passaggio decisivo – un vero e proprio voltare pagina! – nella storia della destra italiana, lo vedremo nei prossimi mesi: in ogni caso, non si potrà far finta che non siano state pronunciate. Sono parole che pesano.

Per certi versi, pesa anche il fugace riferimento alla Resistenza, alla quale sono stati dedicati fugaci cenni e cui è stata preferita l’espressione “guerra civile”. Se era onestamente troppo attendersi una celebrazione della lotta partigiana nel discorso programmatico dell’attuale governo, con la Resistenza la destra dovrà fare comunque i conti prima o poi, nella speranza che – sempre per stare alle parole di Meloni – si attui “una pacificazione nazionale che proprio la destra democratica italiana, più di ogni altro, da sempre auspica”. E senza dubbio, purtroppo, questa pacificazione è ancora di là da venire.

Anche l’atteggiamento nei confronti dell’Europa, così come è delineato dal discorso di Meloni, appare molto diverso rispetto agli slogan della campagna elettorale. Sia per affrontare la crisi energetica sia per gestire – udite, udite! - il fenomeno delle migrazioni Meloni invoca un’Europa più coesa: “L’Unione europea – ha detto – per noi è la casa comune dei popoli europei e come tale deve essere in grado di fronteggiare le grandi sfide della nostra epoca, a partire da quelle che gli Stati membri difficilmente possono affrontare da soli”. Parole inequivocabili, con cui è impossibile non essere d’accordo, la cui veridicità però sarà provata dal corso degli eventi.

Lascia qualche perplessità la proposta di una riforma in senso semipresidenziale della Repubblica italiana, il che comporterebbe anche una modifica della Costituzione. Così come lasciano un po’ titubanti i numerosi riferimenti a figure e valori del mondo cattolico: da Papa Francesco a Giovanni Paolo II, solo per citare i due più noti. Che sia un tributo per compiacere il “bacino di voti” dei cattolici – sebbene sia definito sempre più ininfluente da molti analisti – o un’adesione reale ad un certo orizzonte valoriale, lo scopriremo ben presto. Ci sia permesso, in fine, solo un appunto: Meloni ha affermato che siamo eredi di San Benedetto, “un italiano”. Ora, è vero che Norcia attualmente si trova in Italia, ma definire san Benedetto, che è vissuto tra il V e IV secolo e quindi ben prima dell’unificazione d’Italia, un “italiano” ci sembra davvero – absit iniuria verbis! – una forzatura ideologica e antistorica che si poteva evitare.

Alessio Magoga

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