DON ANTONIO MAZZI: “Un uomo che respirava Dio, ci lascia il coraggio di sporcarci le mani”
L'omelia di padre Parrella ai funerali, tenutisi ieri a Sant'Ambrogio
Agenzia Sir
08/04/2026
Don Antonio Mazzi durante la conferenza stampa nell'ambito della manifestazione MareLibera (ANSA/LARA GALLINA)
“Don Antonio aveva questo sguardo: non vedeva tossicodipendenti, vedeva ragazzi, non vedeva detenuti ma uomini, non vedeva falliti, ma figli che aspettano soltanto qualcuno abbastanza ostinato da credere ancora in loro. Non ti inchiodava mai al tuo passato, non chiedeva che cosa avessi combinato, piuttosto diceva ‘Quando ricominciamo?’”.
È un ricordo pieno di commozione quello che padre Massimiliano Parrella, superiore generale della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (l’Opera Don Calabria), dedica a don Antonio Mazzi, scomparso a Milano, nella “sua” comunità Exodus, a Milano, lo scorso 31 luglio.
Prendendo avvio dal Vangelo con i discepoli chiusi tra le porte del Cenacolo, il padre generale, che ha presieduto le esequie nella basilica di Sant’Ambrogio gremita – concelebrate da una ventina di sacerdoti, tra cui in rappresentanza dell’arcivescovo di Milano Delpini, il vicario generale, monsignor Franco Agnesi e l’abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini –, ha detto: “Il problema non sono le porte, ma la paura, perché quando la paura entra nel cuore, l’uomo si chiude. Si chiude quando pensa che ormai non ci sia più niente da fare e niente da salvare. È successo ai discepoli e, purtroppo, succede anche oggi a un padre che non sa più guardare negli occhi suo figlio, a una madre che non riesce più a sperare, a un uomo che esce dal carcere, ogni volta che uno smette di credere che la sua storia possa ancora cambiare”.
Eppure il Signore apre sempre le porte. “Forse – ha notato ancora il padre generale – non esiste immagine più bella di questa per raccontare il nostro don Antonio che è entrato nelle periferie che tanti attraversano ‘con il finestrino chiuso’ e ha dato vita a Exodus quando sembrava una follia credere ancora in certi ragazzi che tutti definivano casi disperati. Ma il suo miracolo più grande è stato un altro. Ha guardato persone che non si volevano più bene e ha detto loro, prima ancora con la vita che con le parole, che valevano”.
Il ricordo di padre Parrella va anche all’imposizione delle Ceneri poste sul suo capo proprio da don Mazzi e alla lavanda dei piedi dello scorso Giovedì santo. “La sua mano era debole, ma dentro quella mano c’era tutta la forza del Vangelo. Don Antonio non era un uomo da sacristia, neanche da ufficio o da cerimonia. Era un uomo che respirava Dio, la sua fede grande era pulita, senza trucco, senza parole inutili. Aveva un dono che appartiene solo ai profeti: aprire una strada là dove tutti erano convinti che ci fossero solo muri. Per questo gli ho lavato i piedi e baciati, perché quei i piedi avevano aperto strade e avevano camminato e camminato. I grandi uomini di Dio non costruiscono monumenti a se stessi, ma ponti perché altri possano passare. Ecco don Antonio è stato quel ponte”.
Un uomo che ha indicato la strada. “Ed è qui che don Antonio continua a parlarci. Lui non ci lascia soltanto un metodo, una teoria o uno schema educativo. Ci lascia il coraggio di sporcarci le mani, di perdere tempo con chi è considerato da tutti una perdita di tempo. Il coraggio di credere che nessuno è definitivamente perduto. Prima ancora di predicare il Vangelo, Antonio lo faceva vedere: un Vangelo con le scarpe sporche, che sapeva di carcere, che puzzava di periferia, bagnato di lacrime, che sapeva di pane condiviso e di notti insonni.
Era in tutto un figlio di san Giovanni Calabria e il suo sogno oggi diventa nostro perché ci sarà sempre una periferia dove qualcuno sta aspettando, una strada che tutti diranno che è impossibile da percorrere, un avamposto dove sembrerà inutile andare”. Infine quel “ciao” che era il saluto di don Mazzi sempre e comunque. Anzi, non solo un saluto, “ma una missione, come a dire adesso tocca a te, tocca a voi. Apri quella strada che tutti dicono impossibile, non smettere mai di credere che il Padre arriva sempre un attimo prima di noi”.
Un “ciao” che lo stesso don Mazzi descriveva con queste parole: “Il ciao è leggero come un bacio, è dolce come un cioccolatino, è fraterno come un abbraccio, travolgente come un sorriso. Il ciao è tutto e niente, è italiano, universale, familiare, è maschile e femminile, è singolare e plurale, è laico e religioso. Il ciao lo voglio scritto sulla mia tomba perché dice con quattro lettere chi sono, cosa ho fatto e cosa sarò”. Gianni Borsa

Notizie correlate