EDITORIALE: oltre il "perché?"
L'eredità di don Francesco e Alberto
Alessio Magoga
07/07/2026

La mattina del 25 giugno, lungo la Pedemontana Veneta, un tragico incidente si è portato via due giovani vite: quella di don Francesco Andreoli, sacerdote salesiano di 37 anni originario di Verona, e quella di Alberto Fioretto, animatore del grest di soli 16 anni. Il drammatico episodio ha colpito tante persone in tutto il Veneto, non solo a Schio e nella diocesi di Vicenza, non solo nella comunità salesiana.
Le cause dell’incidente, avvenuto all’interno di una galleria presso Malo Vicentino, appaiono sin quasi banali: un lieve scontro con un mezzo pesante, la discesa per verificare i danni e per scusarsi, la risalita sull’auto per togliersi dalla situazione di pericolo… e, poi, l’impatto devastante con un’altra auto sopraggiunta in quell’istante a forte velocità. Così don Francesco e Alberto se ne sono andati e li abbiamo persi. Si stavano dirigendo a Gardaland, insieme ai ragazzi dell’oratorio “Don Bosco” di Schio, per un momento di svago e di festa. In don Francesco e Alberto vediamo i sacerdoti, i religiosi e le religiose, gli adulti e gli animatori dei nostri grest, che in queste settimane popolano e ravvivano le nostre parrocchie e i nostri oratori. E ai quali siamo tutti profondamente grati.
Viene da chiedersi, come si chiede don Alessio Graziani, della Voce dei Berici, nell’articolo di fondo di questa settimana: perché questa duplice morte? Dov’era Dio? “Se a morire in una mattina di sole – scrive don Graziani – sono un giovane prete che sta seminando un mondo di bene e un ancor più giovane animatore, ragazzo impegnato e generoso, dalla faccia pulita, Dio non ha attenuanti”. Si tratta dell’eterna domanda davanti alla sofferenza dell’innocente che trova, come unica risposta possibile, il silenzio della croce di Gesù, morto anch’egli giovane e senza colpa.
Tuttavia, il dolore lancinante che questo tragico incidente lascia in tutti noi non può oscurare la luce del messaggio che don Francesco e Alberto ci hanno lasciato con la loro parola e con la loro testimonianza di vita.
Don Francesco – come diceva in un’intervista rilasciata alla Voce dei Berici non molto tempo fa – aveva un’idea ben precisa di oratorio, radicata nel carisma di don Bosco. Per lui l’oratorio non era semplicemente un ambiente “per i giovani”, ma la casa della comunità dove gli adulti – genitori, religiosi, animatori… – si prendono cura della crescita dei ragazzi. Secondo la sua visione, i giovani oggi sono sì “fragili”, ma “affascinati dalla profondità e dalla chiarezza” e cercano “adulti significativi” che mostrino la bellezza di crescere e di assumersi le responsabilità che la propria età comporta. Secondo don Francesco, l’oratorio doveva essere, molto salesianamente, un “cortile aperto”: un “porto sicuro” dove anche chi è lontano dalla Chiesa può riscoprire la bellezza di mettersi al servizio degli altri.
Ora, mentre piangiamo don Francesco e Alberto, i cui funerali si tengono venerdì, siamo chiamati a non lasciare che la loro morte spenga i sogni e gli ideali che hanno ispirato la loro vita. La sfida ora è reagire trasformando il vuoto in un impegno rinnovato: vivere con un “di più” di amore e portare avanti l’idea di una comunità che crede nell’educazione e sa coinvolgere giovani e adulti insieme. Come spesso accade ancora nelle nostre comunità, nei nostri grest.









