EDITORIALE: il mercato delle poltrone
A proposito di trasformismo in politica
Alessio Magoga
06/25/2026

Le cronache di queste settimane, con la nascita di nuove realtà politiche e il passaggio di amministratori e dirigenti da una formazione all’altra, stanno riaccendendo il dibattito su quello che un tempo era definito “trasformismo”. Il riferimento è a Depretis, alla Destra e Sinistra storica degli anni 1876-1887, quando, a pochi anni dall’Unità, i fragili governi dell'epoca per andare avanti cercavano “maggioranze a geometria variabile”. A seconda delle necessità, questo o quel parlamentare dell’opposizione veniva convinto a votare a favore dell'esecutivo, “trasformandosi” rispetto alle proprie convinzioni di partenza. Ovviamente in cambio di qualche vantaggio o favore, di carattere politico, per chi accettava di “trasformarsi”.
Il trasformismo non rimase circoscritto agli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, ma si consolidò, come prassi politica, anche nei decenni successivi. Non fu un fenomeno del tutto negativo, perché consentì alla politica italiana di trovare una sua strada, destreggiandosi, benché in un equilibrismo instabile, in anni delicati e difficili. Dall’altro lato, tuttavia, va detto che il trasformismo diede cittadinanza alle forme più discutibili di compromesso politico, con veri e propri “voltagabbana”, e di clientelismo, con favori in cambio di voti. Ciò non giovò affatto alla reputazione della politica italiana.
Il Ventennio fascista mise al bando il trasformismo, almeno formalmente: visto che il Partito nazionale fascista aveva la maggioranza assoluta, il governo di Mussolini non aveva bisogno dei voti di nessuno. Ma ovviamente non c’era più nemmeno la democrazia.
Si tornò a parlare di “trasformismo” con la nascita della Repubblica italiana e le strategie dei partiti di maggioranza, a guida Democrazia Cristiana, per assicurarsi il numero sufficiente di voti in Parlamento. Spesso, nella cosiddetta Prima Repubblica, l’ago della bilancia si trovava nelle mani di piccole formazioni politiche che consentivano alla maggioranza di stare in piedi (o di cadere). Con la Seconda Repubblica, dopo i fatti di Tangentopoli e la discesa in campo di Berlusconi, il trasformismo assunse coloriture prima partitiche – con micro-formazioni decisive per la vita dei governi – e anche marcatamente personali, dove il voto del singolo deputato diventava dirimente per le sorti della maggioranza.
Va detto che il trasformismo è un fenomeno che nasce in seno ad un sistema democratico e permette a un parlamentare – deputato o senatore che sia – di poter cambiare idea rispetto a quelle che sono le linee politiche del partito in cui è stato eletto. Tutto questo è consentito dalla Costituzione (art. 67), che non prevede un “vincolo di mandato” che obblighi un politico a restare ancorato a quella formazione politica nelle cui liste è stato eletto. Discutibile, ma è così. Si aggiunga poi il fatto che è lecito cambiare idea nel corso di una legislatura e non riconoscersi più nel partito in cui si è stati eletti. Può trattarsi, in alcuni casi, anche di una delicata questione di coscienza e del legittimo diritto di poter cambiare idea.
Tuttavia – e vengo alla conclusione –, quando questo cambiamento appare dettato non tanto da convinzioni ideologiche, quanto da opportunismo politico (quello di chi vede la propria sedia traballare e cerca, per sé e non per il bene del Paese, rassicurazioni in una formazione politica emergente), allora il trasformismo non è più una legittima dinamica democratica, ma assomiglia piuttosto ad un “mercato delle vacche” dove ognuno cerca di salvare sé stesso. Senza alcun interesse per il bene della nazione. E del proprio, tanto decantato, territorio. AM









