Il Nobel per la Pace e il diritto internazionale: il segno di una crisi che interpella tutti
Che il Nobel per la Pace, dal 1901 a oggi, sia stato più volte oggetto di contestazioni è cosa nota
Agenzia Sir
10/14/2026
La sudafricana Navanethem Pillay, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2026
Nell’apprendere l’assegnazione del Nobel della Pace 2026 alla sudafricana Navanethem Pillay, Trump ha parlato di crisi profonda delle logiche, ormai inquinate, che guidano l’attribuzione del premio a chi agita odio contro gli Usa e Israele. In effetti, la categoria di crisi ha le sue ragioni per essere coinvolta, certamente non le stesse addotte dalla Casa Bianca.
Per capirlo, serve osservare le motivazioni date dal Comitato del Nobel: il conferimento a una giurista distintasi nell’impegno, per conto dell’Onu, a perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità (dall’apartheid sudafricana al genocidio in Ruanda e quello a Gaza) è un messaggio a tutti i poteri che oggi minano le fondamenta il diritto internazionale. Un’assegnazione di denuncia, quindi, sintomatica delle ferite inferte all’ordine mondiale e alle regole che vi presiedono. A quanto pare, le reazioni dei governi israeliano (che ha evocato il nome di Goebbels) e statunitense (che annuncia nuove sanzioni per paralizzare l’attività della Corte penale internazionale), danno ragione alle intenzioni dell’attribuzione.
Che il Nobel per la Pace, dal 1901 a oggi, sia stato più volte oggetto di contestazioni è cosa nota. Nel 1906, il conferimento a Roosevelt fece clamore, vista la declinazione aggressiva del suo isolazionismo – per vari aspetti affine a quello dell’attualità trumpiana. Contestate furono anche le premiazioni all’egiziano Sadat e all’israeliano Begin, a Kissinger, Perez, Arafat e altri ancora, affianco al rammarico per le pressioni che vanificarono le candidature di Gandhi. Nel 2009, le perplessità riguardarono il credito in bianco tributato a Obama a pochi mesi dalla sua elezione, a fronte degli impegni bellici cui poi non si sarebbe sottratto. Lo scorso anno, l’imbarazzo ha investito il premio all’ereditiera venezuelana Corina Machado, pronta a ingraziarsi Trump (nella prospettiva di un sostegno alle ambizioni al governo di Caracas) offrendogli la medaglia del Comitato in segno di plauso per il rapimento di Maduro.
Ma il premio a Pillay assume un valore particolare, valendo come sonora stigmatizzazione di quel privilegio dell’arbitrio che oggi frustra deliberatamente la funzione del diritto internazionale come garanzia aurea di reciprocità e coesione tra gli Stati. Sia chiaro: il diritto positivo resta pur sempre ipostasi di volontà potestative, quindi guai ad assegnargli capacità di per sé taumaturgiche. La tentazione di applicarlo in danno dei nemici e di “interpretarlo” in favore degli amici non è un fenomeno ignoto, come pure l’uso opportunistico di sancirlo tra eguali con la riserva orwelliana di agevolare chi sia “più eguale degli altri”. Eppure resta un pilastro la cui credibilità è fonda la disciplina delle relazioni ordinate e pacifiche tra nazioni.
Ciò nonostante, assistiamo in diretta alla maturazione degenerativa di un pur antico impulso a farne strame, così da ribaltare la forza del diritto nel diritto della forza. La crescente delegittimazione del multilateralismo si preoccupa ormai sempre meno di salvare le forme. Basti ricordare la stagione degli eccezionalismi e della guerra preventiva su scala globale con cui si è aperto questo secolo, per rilevare il plauso trasversalmente riscosso dagli Usa presso Stati (da Israele alla Turchia, alla Russia e all’India) che vi avrebbero trovato il precedente utile a regolare le loro rispettive faccende regionali. Lo stesso dicasi per i ricorsi pelosi all’interventismo umanitario, offerti alle successive rivendicazioni di altri, decisi a emulare anch’essi simili impieghi. Si è trattato di brecce aperte a logiche egemoniche e neoimperaliste, tali da svelare l’illusione per cui essere garanti di democrazia e stato di diritto in casa propria comporterebbe esserlo automaticamente anche nelle relazioni estere, quando invece l’azione demolitrice dei pacta servanda, condotta con estenuazione derogatoria, finisce per riverberarsi a livello sistemico, travolgendo persino i suoi stessi fautori legibus soluti.
Ma se fino a ieri le deroghe sono state protette dall’ombrello emergenziale, facendo salvo l’impianto di massima, oggi assistiamo all’accelerazione del passaggio dalle contraddizioni di un’inconfessata ipocrisia a una delegittimazione sfacciatamente militante: frutto avvelenato dell’esigenza di sabotare la rete di garanzie un tempo istituite ma ora respinte, giacché freni giovevoli ai rivali, in seno a un ordine sempre più sfuggente all’ambizione unipolare. Un po’ come accade nel campo economico o tecnologico, laddove i concorrenti recuperino terreno nell’invarianza di regole e dispositivi, si avverte il rovesciare il tavolo in precedenza apparecchiato. Lo stratagemma dell’eversione funzionale incarna così il nichilismo giuridico che, riducendo il diritto all’inefficacia, pretende di negarlo, sussumendolo alla volontà del più forte quale sua fonte esclusiva.
Non crediamo che la denuncia veicolata dal Nobel a Pillay sollevi da responsabilità chi, pur plaudendo all’assegnazione, offre sostegni collusivi all’eversione in parola: vuoi per interessi gregari, vuoi per il compiacimento richiesto dalla subalternità. Ma non esonera neppure il brodo di coltura di cui si alimenta la “diplomazia dell’arroganza”, ogniqualvolta si scelga di ignorare piccole ingiustizie e quotidiane prepotenze, ovvero di gratificare con omertosa deferenza chi le pratichi a danno di altri, purché ciò serva a preservare il proprio “quieto vivere”. Quantunque non sempre demarcato, il confine tra mitezza e ignavia esiste, e spacciare l’una con l’altra a scopo autoassolutorio non nobilita le connivenze.
Sembra assurdo, ma il Nobel per la Pace ci interpella tutti: elites e potenti non vengono da Marte, ma respirano la stessa aria dell’uomo qualunque. Renderla pulita non può essere un compito per pochi.
Giuseppe Casale