BANDE MUSICALI: la Filarmonica di Pieve di Soligo
Intervista al maestro Stefano Feltrin
Alessio Magoga
07/23/2026

Alle bande musicali, abbiamo dedicato il primo piano del numero cartaceo in uscita oggi. Tra le bande musicali più attive nel territorio diocesano, c’è la Filarmonica di Pieve di Soligo. Fondata nel 1979, è attualmente diretta dal maestro Stefano Feltrin: gli abbiamo rivolto alcune domande.
Direttore, osservando il territorio si ha l'impressione che le bande musicali stiano attraversando un momento di particolare vitalità. È così?
«Temo sia un'impressione più legata alla carta che alla realtà. Il problema è che molte bande non operano più o hanno ridotto drasticamente la loro attività. Quando il numero dei componenti scende sotto una certa soglia, semplicemente non è più possibile fare musica d'insieme in modo efficace. La causa principale è che le scuole di musica, i licei musicali, le scuole a indirizzo musicale e anche le scuole private non formano più un numero sufficiente di strumentisti adatti alle bande. Gli strumenti tipici della tradizione bandistica sono considerati poco attrattivi dai giovani e, in un certo senso, fuori moda. Per esperienza personale posso dirle che, quando collaboravo con una scuola di musica, avevamo moltissimi allievi di pianoforte, canto, violino e chitarra. Per gli strumenti a fiato, invece, i numeri erano quasi inesistenti».
Quindi la situazione delle bande musicali è meno vitale di quanto sembri?
«Assolutamente sì. Io frequento la banda praticamente da quando sono nato. Mio padre suonava in banda e ha trasmesso questa passione a noi figli. Ho avuto la fortuna di coltivarla fino al diploma musicale e poi ho intrapreso l'attività di maestro di banda, che però rimane una passione e non una professione. Vivo questo ambiente da oltre quarant'anni e posso dire che siamo passati dalle bande di paese composte da sessanta elementi a realtà che oggi, quando va bene, ne contano venticinque. Spesso si tratta di gruppi formati dall'unione di musicisti provenienti da bande che non esistono più. La Filarmonica di Pieve di Soligo, ad esempio, riunisce musicisti provenienti non solo da Pieve, ma anche da altri paesi e città della zona. Questa è la realtà odierna».
Quali sono le ragioni di questo cambiamento?
«Una parte della trasformazione è arrivata con il ricambio generazionale dei direttori. La mia generazione ha puntato molto sull'innalzamento della qualità musicale. Un tempo esistevano grandi gruppi che erano soprattutto luoghi di aggregazione sociale e, in seconda battuta, realtà musicali. C'erano bande numerosissime, magari con una qualità artistica modesta, ma con una funzione associativa straordinaria. Oggi accade l'opposto: i gruppi hanno raggiunto livelli musicali molto buoni, ma si è perso gran parte del tessuto associativo che li caratterizzava».
È un problema che riguarda l'intero contesto culturale?
«Sì. La crisi delle bande è inserita in un quadro culturale più ampio. L'Italia è la culla della musica occidentale: la codificazione della musica, l'opera, il melodramma sono nati qui. Eppure oggi la musica occupa uno spazio sempre più marginale. Prendiamo il Conservatorio di Venezia, che è un'eccellenza mondiale: conta circa cinquecento iscritti e una parte significativa - circa cento -proviene dall'estero, soprattutto dalla Cina. Abbiamo studenti stranieri che vengono in Italia per imparare la nostra tradizione musicale, mentre tra gli italiani l'interesse diminuisce».
Quindi, non è un problema esclusivo delle bande?
«No. La banda è semplicemente uno dei sintomi di una difficoltà culturale più generale che riguarda anche altre forme artistiche, dal teatro alla pittura, fino alla scultura».
Veniamo alla Filarmonica di Pieve di Soligo. Qual è la differenza tra una banda e una filarmonica?
«In realtà praticamente nessuna. La filarmonica è un gruppo strumentale composto da strumenti diversi e il nome della nostra associazione, fondata nel 1979, è semplicemente rimasto quello scelto all'epoca. Spesso il termine "filarmonica" richiama realtà prestigiose come la Filarmonica di Vienna e può sembrare qualcosa di più elevato, ma nella sostanza, per quanto ci riguarda, si tratta sempre di una banda».
Come sta oggi la Filarmonica di Pieve di Soligo?
«Sta bene. Anche noi abbiamo vissuto gli anni delle grandi formazioni da sessanta elementi. Oggi siamo stabilmente ventotto musicisti. Il repertorio è molto vario: spazia dalla marcia patriottica alla musica sinfonica, dalle ouverture d'opera ai brani moderni».
Avete una vostra scuola di musica?
«No, ed è una scelta precisa. Preferiamo utilizzare il vivaio formato dalle numerose scuole di musica presenti nel territorio. Fare formazione musicale richiede competenze specifiche e non ci si può improvvisare. Noi cerchiamo di accogliere gli studenti una volta terminato il loro percorso di base. Per molti giovani strumentisti, soprattutto quelli che suonano strumenti a fiato o percussioni, la banda rappresenta ancora oggi uno dei pochi luoghi dove fare vera musica d'insieme».
Esistono realtà alternative, come orchestre da camera o piccoli ensemble…
«Esistono, ma svolgono una funzione diversa. La tradizione bandistica ha caratteristiche proprie e non va confusa con quella orchestrale. Riccardo Muti, che ha una considerazione altissima delle bande, sostiene spesso che banda e orchestra non sono in competizione: svolgono due ruoli differenti. La banda porta la musica in modo capillare nei paesi e nelle comunità locali. Inoltre moltissimi direttori, compositori e musicisti hanno iniziato proprio nelle bande. Ennio Morricone, ad esempio, proveniva da un ambiente legato alla tradizione bandistica, così come molti altri grandi nomi della musica italiana, come la “nostra” Toti del Monte».
In quali occasioni si esibisce la Filarmonica?
«Partecipiamo alle cerimonie patriottiche, alle feste d'arma, alle celebrazioni religiose e organizziamo concerti dedicati. Negli ultimi anni abbiamo anche sperimentato formule nuove. Abbiamo proposto spettacoli basati su favole recitate e accompagnate dalla banda, come "I musicanti di Brema", "Il giro del mondo in 80 giorni" e, più recentemente, un progetto natalizio realizzato insieme al Piccolo Coro di Conegliano. L'obiettivo era raccontare storie ai bambini attraverso la musica, un po' come avviene in "Pierino e il lupo" di Prokofiev».
Perché puntare proprio sui bambini?
«Perché è inutile cercare di avvicinare alla banda ragazzi di quindici o vent'anni che hanno già sviluppato altri interessi musicali. Se invece si intercettano i bambini a quattro, cinque o sei anni è più facile accendere la curiosità verso uno strumento. È un lavoro lungo, ma qualcosa si sta muovendo».
Come avviene l'ingresso di nuovi musicisti nella Filarmonica?
«Chi entra deve possedere una preparazione minima adeguata al livello del gruppo. Se arrivano contemporaneamente molti elementi ancora inesperti, l'intera formazione rischia di fare passi indietro. Bisogna trovare un equilibrio. Paradossalmente, non crea problemi soltanto chi è meno preparato: anche chi ha un livello molto superiore può alterare gli equilibri costruiti negli anni».
Che futuro vede per le bande musicali?
«Non vedo prospettive particolarmente rosee se continueremo così. Le amministrazioni comunali spesso si accorgono dell'importanza della banda solo quando non c'è più. Quando una banda scompare, ci si rende conto di quanto fosse importante nelle manifestazioni pubbliche, nelle ricorrenze storiche e nella vita della comunità. Per questo sostengo seriamente che le bande dovrebbero essere riconosciute come patrimonio UNESCO. Non è una provocazione. Se valorizziamo il Prosecco, le tradizioni culinarie o altri patrimoni territoriali, dovremmo valorizzare anche il patrimonio musicale. Senza la tradizione bandistica, probabilmente non avremmo avuto molti dei grandi musicisti italiani che conosciamo oggi».
Esistono associazioni di categoria che rappresentano le bande?
«Esistono e svolgono un ruolo importante. Il problema è che spesso non riescono a fare massa critica e a lavorare in modo unitario. Ognuno tende a difendere la propria posizione. Io credo molto nella collaborazione. Mi piace citare una frase di Leonardo Del Vecchio: "Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano". Vale per il mondo dell'impresa e vale anche per quello delle bande musicali». AM









