
Oggi, 25 maggio, ricorre il primo anniversario dell’ordinazione e dell’ingresso in diocesi di mons. Riccardo Battocchio. Ne abbiamo parlato con il vescovo, venuto a trovarci a L’Azione. L'intervista completa su L'Azione di domenica 24 maggio.
Che anno è stato questo suo primo anno da vescovo a Vittorio Veneto?
«Molto intenso. Più vado avanti e più capisco alcune cose, ma scopro anche quante altre ancora non conosco. È inevitabile. Per me è stato un anno molto bello, con tanti incontri, tante conoscenze, molta accoglienza. Avverto anche molte attese, ma non penso che il compito del vescovo sia rispondere a tutto. Mi piace incontrare le persone, le scuole, le comunità, le realtà di servizio. Vengo da un altro tipo di vita: ero abituato soprattutto all’insegnamento. Predicare è diverso dal fare lezione: nella lezione la parola, tutto sommato, resta tua; nella predicazione invece annunci una Parola che non è tua».
Quale impressione ha avuto dei giovani?
«Mi ha colpito la partecipazione dei giovani al Giubileo, ai viaggi missionari, alla Scuola di Preghiera, alle iniziative del Germoglio e del TIChiAMA, con tutto il lavoro preparatorio fatto dalla pastorale giovanile e dal Centro Diocesano per le Vocazioni. Ci sono tanti ragazzi che si impegnano, magari in forme diverse rispetto al passato. Quello che bisogna evitare è lamentarsi continuamente perché “gli altri non vengono” o “gli altri non capiscono”. Piuttosto bisogna cercare di capire le persone, ascoltarle e camminare con loro. Poi io dico spesso ai ragazzi che sono un “boomer”: ho un altro linguaggio, altre letture, altri riferimenti culturali. Non posso fingere di essere ciò che non sono. Però il vescovo non deve fare tutto da solo: deve riconoscere, valorizzare e coordinare i carismi presenti nella Chiesa… e lasciare spazio a chi li sa coinvolgere attivamente: penso agli animatori, ai giovani preti».
Complessivamente, che impressione ha oggi della nostra diocesi?
«Una cosa che mi ha colpito positivamente è vedere tante realtà che lavorano con fedeltà e continuità: cooperative, associazioni, servizi educativi, realtà caritative... Non ho visto “fuochi d’artificio”, ma – come ho avuto modo di dire già al mio ingresso – ho colto un lavoro serio e ordinato».
Alessio Magoga








