
L’espressione appartiene alla figura originale e straordinaria di don Giuseppe Faè, direttore de L’Azione dal 1922 al 1926, presidente della Giunta di Azione cattolica negli stessi anni e poi parroco di Montaner (d’Italia) fino alla sua morte, sopraggiunta nel 1966, esattamente sessant’anni fa. A “don Galera”, così chiamato per i suoi trascorsi prima in carcere e poi al confino in Seminario a Vittorio Veneto a motivo del suo impegno nella Resistenza tra il ’44 e il ’45, è dedicata una mostra che sarà inaugurata venerdì 13 marzo a Campomolino, dove nacque il 4 marzo 1885, ed intitolata proprio: “Mai avere paura di avere coraggio”.
L’espressione è alquanto paradossale, com’era nello stile di don Faè. Gioca sulla tensione tra paura e coraggio, quasi rovesciando il senso delle parole. Ma soprattutto dice la forza e il coraggio straordinari che animarono l’intera vita di don Faè, dagli anni del suo impegno nel settimanale diocesano fino ai quarant’anni di ministero come parroco nella comunità di Montaner.
Non ho avuto modo di conoscerlo direttamente, per ovvi motivi anagrafici. Ne ho però raccolto gli echi da testimoni che lo conobbero personalmente e che me ne hanno parlato sempre con profonda gratitudine e ammirazione. Ordinato sacerdote nel 1908, partecipò alla Prima guerra mondiale come soldato semplice: un’esperienza che lo scosse profondamente e acuì in lui la sensibilità e l’attenzione verso i problemi sociali. Guidò il settimanale diocesano in un tempo difficile, i primi anni Venti, segnati dall’ascesa inarrestabile del fascismo. Pagò duramente le sue posizioni “tiepide”, e in alcuni momenti critiche, nei confronti del nuovo regime, che alla prima occasione si vendicò su di lui e su altri preti e laici considerati scomodi dal potere emergente. Non si può tacere l’episodio dell’esposizione al pubblico ludibrio che dovette subire, lui insieme ad altri preti e laici, nel novembre del 1926, in piazza a Vittorio Veneto.
Dopo quell’episodio dovette lasciare la direzione de L’Azione e fu inviato a Montaner: forse per proteggerlo, forse anche per metterlo in condizione di non nuocere. Montaner era una comunità allora povera e, come molte all’epoca, segnata da varie forme di privazione, non solo economica ma anche culturale e sociale.
Qui don Faè, anziché chiudersi in sé stesso e lamentarsi di quello che poteva apparire come un esilio, si impegnò senza risparmio per il riscatto — non solo spirituale — della comunità che gli era stata affidata. Numerose le iniziative di rilevanza sociale e pastorale nate dalla sua intraprendenza e dalla sua tenacia: dall’asilo all’assistenza agli orfani, dalle Poste al cinematografo… Nella figura di don Faè tutta la comunità di Montaner, a cominciare dai giovani, trovò ben presto un punto di riferimento spirituale e sociale.
Dopo l’8 settembre 1943 la canonica di Montaner divenne un punto di riferimento per la Resistenza e don Faè sostenne la presenza dei giovani cattolici nella lotta antifascista. Una scelta coraggiosa, che pagò a caro prezzo con la condanna a morte poi commutata in prigionia e quindi in confino. A differenza dell’amata sorella Giovanna, sua “perpetua”, che invece fu deportata e morì in un campo di concentramento.
Aver coraggio ha delle conseguenze. Don Faè lo sperimentò sulla propria pelle. Al tempo stesso, quella del coraggio è anche l’unica via per essere autentici e per offrire un contributo significativo alla comunità, alla società e alla Chiesa in cui viviamo. A distanza di anni, don Galera continua a ricordarcelo e anche in questo nostro tempo complesso continua a ripeterci: “Mai aver paura di aver coraggio”.
Alessio Magoga









