EDITORIALE: natura morta o vita?
Considerazioni su Munch e sul "caso Ravagnani"
Alessio Magoga
15/02/2026

Natura morta o vita?

«Perché in questi quadri il pittore dà ciò che ha di più prezioso, dà la sua anima, la sua pena e la sua gioia: dà il sangue del suo cuore. Dà l’essere umano, non l’oggetto». Sono parole di Edvard Munch (1863-1944), il pittore norvegese autore del celebre “Urlo”. In una recente mostra a lui dedicata al Centro culturale Candiani di Mestre, era esposta questa sua frase, che può essere considerata il manifesto del cosiddetto “Espressionismo”: quel movimento artistico di inizio Novecento che non intende tanto riprodurre la natura in sé stessa quanto esprimere ciò che l’uomo sperimenta e sente. Sempre Munch, in modo molto chiaro ed incisivo, scrive: «Ed è appunto questo e soltanto questo che conferisce all’arte un interesse più profondo: è l’umanità, la vita che bisogna far emergere, non la natura morta».

Già, bisogna cercare l’umanità e la vita, non la natura morta: come credenti o semplicemente come esseri umani. Forse nelle recenti mosse, certamente discutibili, di don Alberto Ravagnani c’è anche la ricerca di questo: la ricerca di una vita vera, non una copia fredda di qualcosa di distante, che non corrisponde più ai desideri più profondi e vitali. E forse anche il seguito che ha riscontrato (e continua a riscontrare) tra i giovani nasce dalla percezione che, sotto sotto, egli ricerchi la vita, l’umanità, qualcosa di autentico…

Qualcuno si può scandalizzare della sua “scelta”. E può farlo anche con ottimi motivi, a cominciare dalla spettacolarizzazione e commercializzazione di quella che è una delicata decisione personale, da custodire e da vivere con discrezione (e non da “sparare” sui social). Lascia perplessi il fatto che la sua crisi personale e la sua decisione coincidano con l’uscita della sua biografia! Pertanto, non è davvero “un gran bello spettacolo” quello che sta andando in onda. E, tuttavia, il “caso Ravagnani” pone alla Chiesa – ai consacrati ed anche ai laici – un interrogativo serio. Lo si potrebbe tradurre così: «Sei vivo nella tua vocazione? Nel posto in cui ti trovi - nella Chiesa, nello stato in cui sei, nel ministero che ti è chiesto di svolgere, nella società… - sei vivo? O sei una “natura morta”, una copia distratta, un freddo funzionario, un erogatore di servizi ancorché religiosi?».

Per molti credenti – laici e consacrati – la risposta è senza dubbio positiva: «Sì, sono vivo!». Forse dovremmo rendere più evidente tale risposta, non tanto con le parole ma con la vita vissuta. Dovremmo riuscire a comunicare in modo più efficace che mettere in pratica il Vangelo è la via migliore per essere persone vive ed autentiche, e non delle “nature morte”. Allora, probabilmente, anche i giovani tornerebbero ad ascoltare.

Alessio Magoga


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