
Mancano solo pochi giorni a Natale. Mi trovo nella necessità di fare degli acquisti per delle urgenze. Prendo l’auto, sono in strada, mi dirigo in un vicino centro commerciale per fare il più presto possibile. Man mano che mi avvicino alla meta, noto l’aumento del traffico e le code. Non siamo a Roma o a Milano, eppure ci sono file di automobili, in attesa, e i furbi che tagliano la strada... Parcheggio l’auto ed entro nel centro. Qui vedo gente ovunque che entra ed esce dai negozi rutilanti di luci, soverchi di merci. Mi dirigo deciso al supermercato, ma qui si fatica a muoversi: ognuno è preso dagli acquisti che deve fare, dalla gestione faticosa del suo carrello che si incrocia e si scontra con quelli degli altri. Per fortuna c’è qualche volto noto, qualche persona amica che saluta e rende un po’ più umano questo non-luogo, questo movimento – per chi non è abituato – disorientante e stordente.
“Certo – qualcuno potrà obiettare –, ma tutto questo è necessario, se si vuole far girare l'economia, se si vuole far crescere il Pil”. Sì, il Pil, cioè il prodotto interno lordo. Ormai sia da destra che da sinistra si ripete che il Pil deve solo crescere per il bene dell’economia, per il bene dell’intera nazione (per il bene del mondo). Sembra ormai accertato che la decrescita sia soltanto infelice. Sarà per questo che la critica alla società dei consumi, oggi, sembra ormai definitivamente fuori moda (non se ne parla più, nemmeno nell’ambito ecclesiastico).
In realtà, tutto questo muoversi disordinato, questo agitarsi scomposto mi ricorda il movimento del criceto sulla ruota: più il criceto corre, più la ruota gira e così costringe il criceto a correre ancora di più. Mi risuona nelle orecchie l’affermazione di un tale che diceva di avere centinaia di migliaia di euro di fatturato, ma si lamentava di non riuscire a guadagnare nulla. Se dice il vero, il suo – come quello di tanti altri – è solo un enorme inconcludente sforzo, un inseguire il vento.
Mi tornano alla memoria alcuni versi di una poesia studiata al liceo, che solo ora si apre a nuovi sensi, a nuovi significati. Si tratta di “Un supermarket in California” di Allen Ginsberg, poeta statunitense scomparso nel 1997: “Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio solitario, / tastare i pezzi di carne nel frigo, sbirciando i commessi di drogheria. / Ho sentito che facevi domande a ognuno. Chi ha ucciso le braciole di maiale? / Quanto costano le banane? Sei il mio Angelo?”. L’intera poesia – questo ne è solo un passaggio – esprime l’alienazione di Ginsberg che, di fronte alla società dei consumi, vede crollare i suoi eroi, vede svanire i suoi ideali. Li vede giacere confusi e calpestati tra carrelli della spesa e banchi refrigeranti, irrimediabilmente sconfitti: “Era questa l’America che sognavamo?”.
Finisce il 2025. Si apre un nuovo anno. Senza tirare in ballo la destabilizzazione del sistema che sa di utopia, chiedo se quello descritto corrisponde davvero alla vita che desideriamo. Se siamo criceti in una ruota che gira, magari non ci è dato di saltare fuori; tuttavia, ci è data sempre la possibilità di prendere coscienza di quello che stiamo vivendo, e così di decidere di rallentare, cercando le priorità, puntando sull’essenziale, facendo pulizia delle mille cose inutili che ci assediano e ci portano via tempo. Fare pulizia e mettere ordine, rallentare e prendere fiato, magari anche riposando un po’: potrebbe essere questo un buon proposito per il 2026! Buon anno.
Alessio Magoga








