
No, non è ancora tempo per fare un bilancio del “Giubileo della speranza” che papa Leone ha concluso ufficialmente nella solennità dell’Epifania con la chiusura della Porta Santa a San Pietro. Non è mia intenzione né mi compete. Non ho nemmeno gli strumenti per farlo. Soprattutto perché – proprio chi ritiene di aver fede – non può guardare al Giubileo come ad “un evento tra gli eventi”, come fosse Sanremo o il concerto di qualche superstar. Qui c’è in gioco dell’altro, anzi dell’Altro, che sfugge allo sguardo di superficie e lavora ad altri livelli, ben più profondi, quindi nascosti e misteriosi.
Non basta, pertanto, dire i numeri del Giubileo. Essi, tuttavia, danno l’impressione di un movimento importante che ha avuto come centro attrattivo la città di Roma. Sono stati oltre 33 milioni i pellegrini, con circa 90 mila presenze giornaliere, provenienti principalmente dall’Europa (Italia in testa), dall’America del Nord (primi gli Stati Uniti) e dall’America del Sud (primo il Brasile). Va detto poi che il Giubileo ha avuto anche una dimensione locale, diocesana. Anche questi numeri, di non facile conteggio, andrebbero presi in considerazione.
In ogni caso, non sarebbe questo tentativo quasi un volere “contabilizzare la grazia”: un costringere l’azione dello Spirito dentro ad una “ragioneria da sacrestia”, che rischia di svilire i doni di Dio? A me basta fermarmi, oggi, solo su alcune parole che ci ha lasciato papa Leone, nell’omelia del 6 gennaio. Commentando lo slancio dei Magi che vanno a Betlemme, il Pontefice ha ricordato che l’uomo è un “homo viator”, un viaggiatore: l’uomo è di sua natura un viandante, un pellegrino, in cammino e in movimento. E poi ha lasciato lì – come a dire: “Chi vuol capire capisca” – un grappolo di domande che sento fortemente interpellanti: “Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”.
Sono domande rivolte ai credenti, direi proprio a tutti coloro i quali fanno parte della comunità cristiana, a prescindere dal ruolo che possono avere all’interno di esse. Potremmo parafrasarle così: le nostre parrocchie sono “generative”, cioè sanno introdurre le giovani generazioni alla fede, sanno testimoniare il Vangelo nella vita quotidiana (quella di oggi e non quella di 50 anni fa)? Sono capaci i cristiani di oggi di creare qualcosa di nuovo o, almeno, di lasciare che il nuovo venga alla luce, senza spegnerlo con i propri lamenti, con le proprie resistenze e nostalgie del “bel tempo che fu”? Crediamo ancora – proprio noi che ci diciamo cristiani – che Dio è accanto a noi, interviene nella storia, rimette in cammino e fa ripartire percorsi che sembrano ormai bloccati in un vicolo cieco? Che, poi, questo altro non è se non un modo per esprimere la fede nella resurrezione di Cristo: credere che un nuovo cominciamento è sempre possibile, grazie all’azione di Dio (insieme, ovviamente, a quella dell’uomo). Un pensiero – quello secondo cui la differenza cristiana sta nella fiducia che è sempre possibile ricominciare – che era molto caro a papa Francesco.
Il Giubileo che si è chiuso, allora, non è tanto l’occasione per fare bilanci e scartabellare numeri. Piuttosto è il tempo per guardare avanti e pensare al futuro. Proprio come ha detto papa Leone, concludendo la sua omelia: “Per questo è bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”. Il Giubileo, allora, non è finito, ma ci spinge avanti verso il nuovo che va nascendo. AM








