Lampedusa, porta d’Europa
Papa Leone XIV in visita all’isola sabato 4 luglio. Intervista con Pietro Bartolo, medico lampedusano e testimone di tante morti innocenti nel Mediterraneo.
Redazione Online
07/02/2026

C’è chi la sogna travestita come Formentera, con mare caraibico e natura incontaminata, tutta movida e vibrazioni hippy da maggio a novembre. Chi la vive come un santuario, e visita in processione la Porta d’Europa, il memoriale di Mimmo Paladino incastonato tra Cala Spugne e il Porto Vecchio.
Chi la racconta come uno spazio militarizzato, presidiato da ogni corpo di polizia e forza armata, a sorvegliare la polveriera migranti di contrada Imbriacola.
E chi, ancora, la chiama la Ventotene della nuova Europa ,dove rifondare il più grande spazio democratico al mondo, che si sta chiudendo a riccio per paura di migranti e richiedenti asilo.
Quel che è certo è che Lampedusa è l’ultimo lembo geografico dell’Europa verso sud e al contempo è l’ultimo lembo geologico dell’Africa verso nord.
Lampedusa resiste a ogni definizione. Non è un grande scoglio, ma un tavolato di roccia calcarea di appena 20 chilometri quadrati che poggia sulla placca africana, che si impenna a nord e scivola dolcemente verso l’Africa. Poco più di 5mila abitanti, che insieme a Linosa e Lampione compongono l’arcipelago delle Pelagie non raggiungendo i 6500 residenti. Più vicina alla Tunisia che alla Sicilia - distante il doppio, 250 chilometri - Lampedusa è, da sempre, la porta d’Europa: la prima e l’ultima, a seconda di chi la attraversa.
Un’isola che negli ultimi anni ha cambiato pelle e che sabato 4 luglio accoglie la visita pastorale di Papa Leone XIV. Il Pontefice aprirà la giornata con un momento privato al cimitero, davanti alle tombe dei migranti, per ricordare le decine di migliaia di morti e dispersi che il Mediterraneo custodisce da decenni: un conto che le organizzazioni internazionali aggiornano, tragedia dopo tragedia, e che non si è mai fermato.
Una voce ne ripercorre la storia recente. Per raccontare l’isola più remota d’Italia - e per molti, oggi, l’ombelico del mondo - abbiamo intervistato Pietro Bartolo, 70 anni, per lungo tempo medico del poliambulatorio di Lampedusa e chiamato in prima linea, a contare corpi e a salvare vite, davanti a ogni sbarco. Pietro è sposato con Rita, ha tre figli e due nipoti.
Da pescatore a naufrago. Inizio la conversazione chiedendogli come sta e Pietro mi risponde con un parlare sorridente: «Sto bene, un po’ vecchiarello… anche se l’età comincia a farsi sentire!». Venendo alla sua storia personale provo a tratteggiarla come un pescatore in mare sia di pesci che di uomini. Pietro ci racconta il suo rapporto con il mare come lampedusano sottolineando come la vita sia cambiata negli ultimi anni. «La maggior parte delle persone oggi è impiegata nel settore turistico, anche se fino ad un po’ di tempo fa, quando l’isola era sconosciuta al mondo intero, era un’isola di pescatori. Tutti eravamo pescatori, anche i bambini andavano a pescare e aiutavano i genitori. Io stesso sono stato un pescatore ed ho anche preso il libretto di navigazione a 14 anni. A quell’età si diventava adulti!
Mi sono imbarcato, per diversi anni d’estate, come marinaio sul peschereccio di mio padre che portava il nome “Kennedy”. Facevamo la pesca a circuizione. Prendevamo sgombri, alici, pesce azzurro e ne prendevamo pure tanti. Pescavamo di notte e poi si ritornava al mattino presto per portare il pescato alle conserviere. Era una festa tutte le mattine: c’era chi aiutava a scaricare il pesce, chi a sistemare le reti, chi a rassettare il peschereccio… Era una vita semplice e umile che ricordo con tanta nostalgia!».
Il racconto della sua adolescenza, in una famiglia numerosa con altri 6 fratelli, è segnato dal mare e dall’esperienza in prima persona di un naufragio mentre pescava. “Sono stato salvato” e questo episodio “ha segnato il mio futuro”.
Da naufrago a medico. Chiedo a Pietro se l’esperienza di naufrago abbia cambiato la sua prospettiva di vita, che mi risponde - con un po’ di orgoglio ricordando la figura del padre - che abbia spinto suo padre a predestinarlo come figlio maschio a riscattare il destino della loro famiglia ed ha mandarlo a studiare. La sua era una “famiglia non agiata e mandare un figlio a studiare in Sicilia era un’impresa”. Sottolinea come suo papà ce l’avesse “nell’animo di avere un figlio laureato” e abbia “approfittato del naufragio perché uno dei suoi figli andasse a studiare”. Ci racconta che suo padre “ha fatto una lotteria truccata dove ha fatto estrarre a mia sorella più piccola un biglietto dove c’era scritto il mio nome. Dopo qualche giorno abbiamo scoperto che tutti i bigliettini contenevano il mio nome.”
Nel ricordare le emozioni provate ci dice di essersi sentito al contempo fortunato ma anche spaventato di uscire dall’isola e carico di responsabilità. «Dopo il liceo ho studiato medicina e mi sono specializzato in ginecologia ed ostetricia”. Proseguendo nei ricordi mi racconta come «da piccolo avevo un altro sogno, come tutti i bambini lampedusani, che era quello di diventare ingegnere navale. Poi crescendo e vedendo ogni tanto dei piccoli cortei di persone con delle bare bianche sulle spalle ho cambiato idea. Mia madre mi aveva spiegato che per mancanza di cure ogni tanto bambini piccoli o mamme morivano di parto».
Di fronte a queste scene che si ripetevano Pietro si dice che non fosse tollerabile tale situazione e che se ne avesse avuto la possibilità avrebbe fatto l’ostetrico. «Voglio salvare i bambini - ci racconta -. E così è successo! Quando ho avuto la possibilità sono andato a studiare fuori fino a laurearsi in medicina e poi a specializzarmi in ostetricia e ginecologia».
Il rientro all’isola e i primi sbarchi di migranti. Continuando a raccontarci la sua storia Pietro ci racconta di come abbia dapprima «iniziato a lavorare presso cliniche private a Catania e a Siracusa e nel 1991, avendo vinto un concorso pubblico, ho cominciato a svolgere il mio servizio come medico presso il presidio di Lampedusa. In quello stesso anno Lampedusa è iniziata a diventare la porta d’ingresso all’Europa per i numerosi migranti africani che da allora hanno iniziato a raggiungere le nostre coste». Il suo ricordo si fa preciso e nitido tornando a 35 anni fa quando nel marzo 1991 vi fu il primo sbarco. «Erano tre ragazzi neri arrivati con una barchetta piccola” - ci racconta – “che non capivamo da dove venissero. Poi nelle settimane seguenti ne cominciarono ad arrivare 10, 15 e poi 20… È stato così che abbiamo cominciato a capire che stava succedendo qualcosa di inaspettato. Abbiamo cominciato con le autorità a stendere un primo protocollo di accoglienza. Da lì ho cominciato a visitarle, guarirle ma soprattutto ad ascoltarle».
Pietro ricorda con lucidità il naufragio del 3 ottobre 2013. Il primo giorno ci dice sono arrivati 111 sacchi. «Ho pregato il Signore, chiedendogli che almeno nel primo sacco non ci fosse un bambino”. E invece “nel primo sacco c’era un bambino, con un pantaloncino rosso e una maglietta bianca. Me lo ricordo perfettamente, perché è il mio incubo più ricorrente. Provai a scuoterlo per svegliarlo, ad ascoltare il battito, a cercare nei suoi occhi un segno qualunque del fatto che fosse vivo. Ma era morto!.E così è stato dal 1991 al 2019 quando sono diventato un europarlamentare. In questi anni ho assistito a tutti gli sbarchi, ho visitato più di 350mila persone, ho fatto tantissime ispezioni cadaveriche.” Nel raccontare questa parte del suo vissuto Pietro fa trasparire un nodo in gola e la sua voce si interrompe più volte dicendo di aver avuto paura e pianto tanto di fronte a bambini morti, a mamme incinte e uomini morti “per quale motivo non l’ho mai capito».
Non numeri ma persone. Troppe volte ci dice di essersi fatta la domanda «perché queste persone dovessero morire nel Mediterraneo, nel mio mare. Il mare che a me ha dato la possibilità di diventare medico e alla mia famiglia di campare». Pietro ci spiega che la migrazione non può essere etichettata come un fenomeno ma «è un fatto strutturale e naturale al tempo stesso». Prosegue il racconto dicendo di come «in questo tempo mi sono dovuto occupare anche dei morti, sui quali dovevo fare le ispezioni cadaveriche per conto della procura. Non potevo neanche rifiutarmi…». Questa attività si è rivelata fin da subito importante perché «permetteva di dare un’identità e dignità a queste persone e che non rimanessero solo dei numeri. Spesso ci siamo riusciti, a volte no. Però devo dire che si è fatto di tutto per potere dare una degna sepoltura a queste persone e delle risposte ai parenti che venivano a cercarli».
Le persone che vengono dal mare «sono persone, non numeri, esattamente come noi, ciascuna con la sua storia di sofferenza e violenza alle spalle», mi ripete più volte Pietro e il suo tono di voce diventa lacerante quando ci dice della vergogna che tante volte ha provato e prova quando sente dire che «c’è differenza tra rifugiato e migrante economico, tra chi scappa da una guerra e chi scappa dalla fame. Come se morire di fame fosse meglio che morire di guerra. Io penso che sia peggio, perché di stenti si muore dopo mesi e mesi, per cui fare questa distinzione per me è completamente fuori luogo. Sono tutte persone che hanno dei sogni come noi, hanno delle sofferenze alle spalle... Partono dai loro paesi perché sono costretti a scappare da violenze, torture, persecuzioni, miseria e attraversano questo lembo di mare che ho davanti ai miei occhi».
Mediterraneo: materno e crudele. Il mare che circonda quest’isola Pietro ci dice essere al contempo un mare che accoglie ma anche un mare spietato che si prende le vite. «Quante migliaia di persone hanno perso la vita in questo tratto di mare. Quanti bambini sono morti e nessuno ora ne parla più». E poi nel suo racconto ci dice con voce tremolante di aver visto centinaia di bambini come Alan Kurdi, il bambino siriano di 3 anni morto per annegamento nelle spiagge turche ai primi di settembre del 2015. «Oggi a nessuno interessa più di chi muore in mare per cercare un futuro migliore».
Si sofferma un attimo e mi dice. «Pensa che a metà gennaio, quando il ciclone Harry ha investito il Mediterraneo, in un solo giorno sono morte mille persone e non vi è stato eco sulla stampa. Più di una guerra. Poi a seguire altre centinaia di morti. Nessuno ne parla! È una cosa terrificante che non se ne parli e non se ne debba parlare».
Anche se Lampedusa sta cambiando “pelle”, come valori continua ad essere una terra di pescatori dove vige una legge non scritta, la “legge del mare”: non si può abbandonare nessuno se si trova in difficoltà in mare aperto, e prestare il primo soccorso è un dovere morale a cui non si può venir meno anche se ciò significa mettere a rischio la propria vita.
Immigrazione come opportunità. Dopo 30 anni si continua a parlare di emergenza sbarchi, di morti, di naufragi. «C’è qualcosa che non torna - ci dice Pietro -. La politica europea sta tradendo i principi dei padri fondatori facendo accordi con paesi non democratici: Turchia, Egitto, Libia, Tunisia. Il nuovo Patto europeo si migrazione e asilo è peggio del Regolamento di Dublino e non credo risolverà nessuna di queste problematiche». E aggiunge con tono sarcastico che è «certo che se abbiamo fatto diventare l’immigrazione un problema è normale che prima o poi te ne devi occupare del problema. Ma non è un problema! Se noi avessimo governato la migrazione con intelligenza e lungimiranza, e anche umanità in considerazione che sono delle persone, i nuovi arrivi sarebbero per noi opportunità e porterebbero ricchezza da tutti i punti di vista: demografico, economico, culturale…».
Le derive della politica. Veniamo anche alla politica italiana e Pietro ci fa presente che, «anche se c’è qualche politico che ha paura della sostituzione etnica, questi devono sapere che noi siamo già storicamente il frutto di questa contaminazione. Pensiamo alle relazioni che abbiamo avuto con egiziani, greci, fenici, turchi, arabi che hanno navigato in questo Mare Nostrum che qualcuno oggi chiama ‘Mare Mostrum’ perché ingoia vite umane e di cui noi abbiamo grande responsabilità.” Bisogna cambiare totalmente registro “visto che dopo 30 anni siamo punto e a capo e non è cambiato nulla». Bisogna cambiare questa “narrazione tossica”.
“Rete Lampedusa” nasce per colmare un vuoto politico, culturale e narrativo sul tema delle migrazioni. Pietro ci anticipa che il 15 luglio a Roma presenterà un progetto di rete con i salesiani per uscire con proposte concrete dalla schiacciante narrazione dell’invasione presente nel dibattito pubblico, quando i numeri dicono che abbiamo bisogno dei migranti a livello lavorativo in tanti settori.
«La migrazione non si affronta con slogan o scorciatoie ideologiche, ma con responsabilità, umanità, visione europea e strumenti concreti”, afferma Bartolo. “Rete Lampedusa vuole affermare che la migrazione è una realtà complessa, che va affrontata con serietà, strumenti concreti, canali legali, integrazione e responsabilità condivise, non con slogan o propaganda”. E poi continua “dobbiamo far arrivare queste persone con i canali regolari, con i documenti perché ne abbiamo bisogno. Mi viene da ridere quando dicono che c’è l’invasione. Pensi che l’anno con maggiori sbarchi è stato il 2016 con 186mila persone difronte ad un Paese grande come l’Italia che sembra sempre più una grande RSA».
Come modello di integrazione suggerisce come positivo quello spagnolo e che, ci dice, potremmo attuare anche noi in poco tempo. Invece di parlare di offrire un lavoro dignitoso ed una casa dove abitare al posto delle catapecchie o dei parcheggi dove sono confinati molti migranti, oggi si parla di “reimmigrazione”. Di fronte a tutto questo, con tono sostenuto si chiede «chi andrà a raccogliere i pomodori, a mungere le vacche, a potare i vigneti, a tirare su i muri nell’edilizia, a fare le badanti?».
La visita del Pontefice. Ci avviamo a concludere la nostra chiacchierata venendo alla imminente visita di Papa Leone XIV, 13 anni dopo quella di Papa Francesco. Avviene in un giorno particolare sabato 4 luglio, giorno in cui negli Stati Uniti dove è nato Prevost si ricordano i 250 dall’indipendenza. Il paese a stelle a strisce cresciuto proprio grazie al mescolarsi tra popoli e culture oggi è diventato intollerante e con le sue politiche anti-immigrati sta contaminando anche diversi Paesi europei.
Pietro ci dice che «Papa Leone sta continuando nel solco di Francesco e noi come lampedusani siamo orgogliosi della sua visita. Qui fervono i preparativi per l’accoglienza. Sarò alla messa al campo sportivo di sabato mattina». E prosegue sottolineando come Papa Leone abbia dimostrato più volte la sensibilità su questi temi. «Non c’è un intervento dove non parla dei più fragili, dei più deboli. Continua a ribadire il suo no a tutte le guerre. È un segnale forte che il Papa sta dando ad un mondo sempre più diviso». Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, per le ong che operano con i migranti, non fa altro che utilizzare la questione migrazione per fare propaganda e lasciare che tutto resti com’è, anzi peggiori. Per questo in molti dalla visita del Papa a Lampedusa si attendono un nuovo richiamo forte ai valori cristiani dell’Europa perché non chiuda le porte a chi vuole cercare un futuro migliore.
La fede come porta aperta. «In 30 anni di incontro, con chi è arrivato per mare in cerca di un futuro migliore, quando ho avuto diversi momenti di sconforto o che mi sono detto di non farcela ho pregato a modo mio. Ed ho avuto delle risposte ti devo dire pure.” A Lampedusa la Porta d’Europa non è tanto un memoriale realizzato dall’artista Mimmo Paladino quanto un luogo spirituale “dove ti confesso – mi dice Pietro – mi ritrovo a parlare con lei e attraverso di lei insieme al cielo e al mare. La porta l’ho vista nascere ed ora la vedo invecchiare, ed io con lei». A questo luogo Papa Leone farà visita dopo aver sostato in visita al cimitero dei migranti e benedetto una targa in ricordo del suo predecessore al Porto Favaloro.
Enrico Vendrame






