ANNIVERSARI: la Giornata missionaria mondiale compie 100 anni
I passaggi che hanno portanto alla creazione della Giornata
Redazione Online
10/15/2026

Domenica 18 ottobre celebreremo la 100ª Giornata Missionaria Mondiale. Un’occasione per riscoprire che la missione non è una attività riservata solo ad alcuni, né un settore particolare della vita ecclesiale, ma è espressione della natura stessa della Chiesa. Ogni comunità cristiana vive pienamente la propria vocazione quando accoglie il vangelo e, in virtù di tale esperienza gioiosa, si rende motivata e attiva nella condivisione con la parola, la testimonianza della vita, con la preghiera e con la solidarietà.
La Giornata Missionaria Mondiale nasce nel 1926, in un tempo molto diverso da quello che stiamo vivendo ma in qualche modo simile poiché, come ora, si stava vivendo un cambiamento d’epoca.
Nel 1622 papa Gregorio XV costituisce la congregazione "De propaganda fide" con il fine di fare conoscere il vangelo a persone e luoghi che ancora non conoscevano. L’attività missionaria fino ad allora era legata ad una territorialità e alla devastante colonizzazione del tempo. Il valore storico di Propaganda sta nell'affermazione, con la sua costituzione e con le sue attività, del carattere ecclesiale della missione. Il Pontefice riservava alla sua giurisdizione l'azione missionaria nei territori di missione. Questa rivendicazione del compito di unificare e dirigere le attività missionarie dovette entrare necessariamente in conflitto con le potenze economiche e politiche dell'epoca.
Solo nel 1937 con il metodo della nomina dei vicari apostolici ci fu la prima grande azione di separazione tra evangelizzazione e colonizzazione a cui seguì un tempo di profonda crisi identitaria.
La sensibilità e l'attività missionaria della Chiesa riprese agli inizi dell'Ottocento grazie all'opera di pontefici come Pio VII, Gregorio XVI e Pio IX che rivitalizzarono Propaganda Fide, al clima culturale romantico che esaltava l'opera civilizzatrice della Chiesa, alle nuove esplorazioni soprattutto in Africa ed Estremo Oriente.
Provvidenziale fu la nascita 1822 Pontificia Opera per la Propagazione della Fede fondata a Lione nel 1822 dalla Venerabile Pauline Jaricot, la quale era riuscita a diffondere l'idea che tutti i battezzati fossero protagonisti della missione. Questa opera missionaria ha come obiettivo principale quello di aprire il cuore di ogni credente alla vastità dell'orizzonte missionario, tramite il sostegno spirituale e materiale all'annuncio del Regno di Dio. La fondatrice, Pauline Jaricot, ha avuto un ruolo fondamentale nel movimento missionario francese del XIX secolo, creando un'associazione di gruppi di dieci persone che pregavano e donavano settimanalmente un soldo per le missioni. Questo movimento si è esteso rapidamente e ha coinvolto una vasta comunità di credenti, promuovendo la spiritualità missionaria e la solidarietà universale.
Benedetto XV, con la Lettera apostolica "Maximum illud2 del 1919, aveva richiamato la necessità di sottrarre l’evangelizzazione agli interessi nazionali e di favorire la formazione del clero locale. Pio XI sviluppò queste indicazioni. Nel 1922, con il motu proprio "Romanorum Pontificum", il trasferimento a Roma dell’Opera della Propagazione della Fede e il riconoscimento pontificio delle Opere missionarie rafforzarono il carattere universale della cooperazione. Le risorse raccolte dovevano rispondere alle necessità delle missioni, oltre le appartenenze nazionali.
L’enciclica "Rerum Ecclesiae", del 28 febbraio 1926, precisò la responsabilità dell’intero popolo cristiano: vescovi, sacerdoti e fedeli erano chiamati a cooperare con la preghiera, il sostegno materiale e la cura delle vocazioni. A questa partecipazione si accompagnava la volontà di formare sacerdoti e comunità religiose locali, perché nei territori di missione crescessero Chiese chiamate a camminare nella storia dei loro popoli con le proprie forze. La missione non doveva quindi rimanere un impegno riservato a chi partiva. Era una responsabilità da coltivare anche nelle diocesi e nelle parrocchie, attraverso la conoscenza della vita delle altre comunità e la disponibilità a sostenerle.
La richiesta rivolta a Pio XI dal Consiglio superiore generale della Pontificia Opera della Propagazione della Fede prevedeva una "giornata di preghiere e di propaganda per le Missioni" in tutte le diocesi, parrocchie e istituti cattolici. Accolta il 14 aprile 1926, fissava l’appuntamento alla penultima domenica di ottobre, allora precedente alla festa di Cristo Re. La preghiera ne costituiva il cuore, insieme alla predicazione missionaria, alle iscrizioni all’Opera e alle offerte. Il rescritto prevedeva l’aggiunta dell’orazione "Pro propagatione Fidei" nelle Messe e un’indulgenza plenaria alle condizioni indicate. La nuova ricorrenza non doveva sostituire le feste missionarie locali né impedire le altre collette prescritte. Una giornata per portare la missione nel tessuto di vita ordinaria delle parrocchie, attraverso la preghiera, la conoscenza delle comunità lontane e la condivisione delle offerte. La sua intuizione aveva preso forma attingendo al fermento missionario che in quegli anni faceva vibrare tutta la Chiesa, e trovava espressione anche nelle iniziative delle comunità locali.
Oggi l’opera di evangelizzazione è affidata dal Papa al Dicastero per l’Evangelizzazione, costituito nel 2022 da papa Francesco con il decreto "Praedicate Evangelium", servizio dedicato "all’opera di evangelizzazione affinché Cristo, luce delle genti, sia conosciuto e testimoniato in parole ed opere e si edifichi il Suo Corpo mistico, che è la Chiesa. Il Dicastero è competente per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo e per l’istituzione, l’accompagnamento e il sostegno delle nuove Chiese particolari, salva la competenza del Dicastero per le Chiese orientali". Il Dicastero è costituito da due Sezioni: quella per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo e quella per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari nei territori di sua competenza.
Ciò a cui siamo oggi chiamati tutti è essere consapevoli che ogni membro del popolo di Dio, in virtù del Battesimo ricevuto, è discepolo-missionario del Vangelo e quindi responsabile nel collaborare efficacemente all’opera missionaria con la vita quotidiana, mediante la preghiera, la testimonianza e le opere. L’evangelizzazione si attua in particolare attraverso l’annuncio della misericordia divina, mediante molteplici modalità ed espressioni.
Pauline Jaricot non è partita per terre di missione, eppure la sua vita è stata profondamente missionaria. La sua intuizione può aiutare ancora oggi a guardare in modo diverso alla missione di chi rimane a casa. Restare, infatti, non significa essere estranei a ciò che accade lontano. E per mantenere un legame concreto, dal 1826 Pauline Jaricot comincia a raccogliere negli Annales le lettere dei missionari, mettendo in comunicazione mondi lontani. Chi non poteva partire poteva conoscere ciò che accadeva nelle terre di missione, ascoltare le esperienze di chi era partito e sentirsi in comunione con la Chiesa universale. È quello che succede anche oggi tra Chiese sorelle: un vero e proprio scambio fatto di preghiera, relazioni, testimonianze, conoscenza e arricchimento reciproco. In questa prospettiva, chi resta non è semplicemente colui che sostiene chi è partito. È colui che si lascia coinvolgere da una realtà diversa dalla propria, ne ascolta le storie, ne conosce le difficoltà ma anche le ricchezze. In questo modo il missionario che parte e la comunità che rimane partecipano insieme alla stessa missione.
Mariagrazia Salmaso





