EDITORIALE: che ne sarà della Lega?
E che ne sarà del Veneto?
Alessio Magoga
07/20/2026

L’impressione è quella di un cambiamento radicale. Mi riferisco alla Lega. Un partito che, in questi ultimi trent’anni, si è imposto nei nostri “territori”, parola d’ordine del movimento. E che ancora detiene una fetta importante di consensi. Tre presidenti di Regione – Fontana, Fedriga, Stefani – provengono dal partito. Numerose poi le amministrazioni comunali a trazione Lega, insieme ad altre forze politiche del centro destra. Pertanto, è prematuro – come, invece, qualcuno si affretterebbe a fare – suonare “la campana a martello” per la Lega. La Lega non è morta, ma deve affrontare delle sfide decisive.
Con le sue varie anime (sì, perché la “Lega lombarda” non è la “Liga veneta”), la Lega in questi 30 anni di storia ha avuto una traiettoria “curiosa”. Le intuizioni originarie di Bossi sono diventate programmi di governo, soprattutto con Maroni, dentro una continuità di vedute: l’obiettivo principale è stato portare avanti gli interessi delle regioni del nord. In modi a volte discutibili, altre volte in forme più fini e pragmatiche. La difesa dei diritti del nord è diventata contrapposizione al centralismo, alla Capitale (“Roma ladrona”), ai meridionali prima e agli immigrati poi (“che ci rubano il lavoro”), perché dobbiamo essere “padroni a casa nostra!”. Tutto nella logica della difesa dei “nostrani”. Sul territorio, gli amministratori leghisti si sono distinti per una certa concretezza e va loro riconosciuta un’effettiva attenzione ai problemi concreti. In questa praticità e in questa attenzione al territorio sono stati fedeli alle idee delle origini. Anche la battaglia per l’autonomia differenziata di Zaia va inserita dentro questa traiettoria. Per certi versi, tutto questo ha una sua logica.
La logica è mutata con Salvini che ha rimodulato l’ispirazione iniziale a beneficio di una visione nazionale e di destra del partito, inseguendo l’idea di una Lega che raccogliesse voti non solo al nord ma anche al centro e al sud. Come è stato, a dire il vero, ma forse troppo poco e per poco tempo.
Con la Chiesa, la Lega ha avuto generalmente un rapporto – diciamo così – “dialettico”. Non tanto nei territori, nei quali molto pragmaticamente si è cercato di instaurare rapporti di buon vicinato, se non anche di effettiva collaborazione. La Chiesa, invece, non poteva e non può accettare i toni da crociata contro lo Stato nazionale e contro gli immigrati: mettere in dubbio l’unità nazionale (“Secessione!”) per interessi economici o esprimere giudizi avventati contro il prossimo perché meridionale, immigrato, profugo... Non è una questione politica, ma è la dottrina sociale della Chiesa, è il vangelo a richiederlo. I rapporti, quindi, sono stati a volte tesi.
Forse la Chiesa, in questi 30 anni, non ha sempre saputo cogliere – come ha riconosciuto da subito, invece, Giorgio Lago – che le richieste della Lega, magari in modo esasperato e nei termini approssimativi dell’agitazione, avevano un fondo di verità. Vale a dire il timore delle classi piccole e medie del nord di perdere potere sia politico sia economico, insieme ad un desiderio di affermazione e ad una richiesta di attenzione e di protagonismo. Pensiamo al Veneto, per stare sempre al pensiero di Lago, bistrattato dalla cultura mainstream nazionale, dalla politica, dai centri economici... Pensiamo ai veneti rappresentati come comparse, illetterati e senza cultura, solo col pensiero “de far schèi”, nelle periferie dell’impero: un popolo di servette e di gran bevitori. Negli anni ’90, con l’affermarsi della “locomotiva nordest”, non era forse giunto il momento di interrompere questa ingiusta narrazione? Forse il successo sorprendente del recente film “La città di pianura” è un indizio che questa volontà di rivalsa delle nostre periferie non è ancora svanita. La Chiesa ha un po’ sottovalutato questo legittimo desiderio di rivincita o non ha sempre saputo leggerlo seriamente.
C’è poi tutta la questione della tradizione e dei simboli religiosi che ha creato ulteriormente distanze tra Chiesa e Lega. Salvini ha fatto dei passi che Bossi non avrebbe mai fatto. Appropriarsi dei simboli cristiani per ribadire la propria identità, contro i “diversi” che si affacciano e si insediano nei nostri territori, è stata ed è una mossa discutibile. Sa di strumentalizzazione della religione: piegare il rosario, la croce, il presepio a fini elettorali... Unendo i puntini, la linea porta nella direzione di quelle forme di un certo tradizionalismo cattolico che appare, a chi scrive, lontanissimo dal vangelo.
E ora che ne sarà della Lega? Diversi (ex) leghisti si sono mossi verso altre formazioni politiche. Soprattutto, verso Vannacci e Futuro Nazionale. La Lega, dopo 30 anni, imploderà su sé stessa? Troverà una nuova strada, una nuova identità? Ho l’impressione che una fase del fenomeno politico Lega sia davvero conclusa. Resta una domanda. Che ne sarà del Nord, del Veneto e delle istanze che la Lega ha cercato di rappresentare in questi anni?









