EDITORIALE: Le vittorie che restano
De La Fuente e Bagnoli: due allenatori così diversi e così simili
Alessio Magoga
07/24/2026

Si sono appena conclusi i Mondiali di calcio con la vittoria – meritata – della Spagna. Hanno colpito molto le parole dell’allenatore delle “Furie rosse”, Luis de La Fuente: «Non sono superstizioso, sono credente. Ho fede. Prego ogni giorno, non perché vinciamo, ma per ringraziare e chiedere salute e forza per tutti». Non è frequente sentire un allenatore parlare della propria fede con tanta naturalezza.
De la Fuente – per la sua fede, per il suo metodo o per entrambi – è riuscito a creare una vera squadra, un gruppo solido, responsabilizzando ognuno dei suoi calciatori: un gruppo che non annulla le differenze e, tuttavia, non lascia crescere ipertrofici ego. Cosa non facile, questa, soprattutto quando hai a che fare con campioni stellari (come a volte sono considerati, a torto o a ragione, i calciatori).
Il metodo utilizzato da De la Fuente non sembra molto diverso da quello di un altro grande allenatore che se n’è andato proprio in questi giorni: Osvaldo Bagnoli, il mister dell’Hellas Verona che nel 1985 vinse lo scudetto.
Uno scudetto davvero memorabile, che vide una squadra “di provincia” – così era definito il Verona – conquistare il titolo di Campioni d’Italia. I fattori di quella vittoria furono molteplici: una compagine solida (Briegel ed Elkjaer, per citare gli stranieri, e poi Galderisi, Garella, Di Gennaro...), una certa crisi delle “grandi” (Juve, Inter, Milan...).
Ma il fattore decisivo fu l’allenatore, Osvaldo Bagnoli, con quel suo stile tanto dimesso e schivo, quanto esigente e proteso al futuro. Come De la Fuente, anche Bagnoli era attento a valorizzare ciascuno e a far funzionare il gruppo.
Questa attenzione alle relazioni e all’unità è stata ribadita dal vescovo di Verona, mons. Domenico Pompili, che nella basilica di San Zeno ha presieduto i funerali di Osvaldo. «Senza accorgersene – ha ricordato il vescovo Domenico - senza dirlo neppure a sé stesso, Osvaldo è diventato non solo il “padre” dei suoi “ragazzi”, ma anche quello di un’intera Città».
«È accaduto – ha ribadito mons. Pompili – che una comunità fatta di persone diverse per ascendenza sociale e culturale, oltre che per sensibilità politica e possibilità economica, si è ritrovata “una”, grazie al gioco del calcio. Non per via di una convergenza di interessi, ma per la gioia di esultare e di festeggiare. Osvaldo e i suoi ragazzi hanno così dimostrato che le gioie vere nascono sempre dalla qualità delle relazioni».
Certo, quel 1985 fu un anno speciale, più unico che raro. Il Verona non si ripeté negli anni successivi, anzi conobbe progressivamente momenti sempre più difficili.
Ne era ben consapevole Bagnoli, che all’indomani della sorprendente vittoria ebbe a dire (mi sembra ancora di sentire la sua voce alla radio): «Adesso che siamo andati in alto, dobbiamo fare attenzione a come scendere». Era consapevole che per una squadra come il Verona sarebbe stato difficile, se non impossibile, mantenere i livelli raggiunti in quell’anno memorabile.
Eppure, quella vittoria fu allora (e lo è anche oggi per chi la ricorda) come la vittoria di Davide contro Golia: dei piccoli contro i grandi, della provincia contro le città. In un mondo in cui spesso vince Golia e i potenti si impongono, quella vittoria fu come un segno, o un sogno, che un calcio (e anche un mondo) diverso è possibile. Forse è stata solo una parentesi: un anno soltanto. Poi sono tornate a vincere le solite “corazzate”. Eppure, i tanti accorsi al funerale di Osvaldo, i tanti segni di vicinanza e di affetto espressi dalla città di Verona, forse dicono che quello scudetto, come anche lo stile di Bagnoli – che rifuggiva ogni visibilità – ha lasciato una traccia: come una nostalgia di un calcio diverso. E di un mondo migliore. Perché il calcio, come ogni gioco, è una metafora della vita. AM









