EDITORIALE: il veleno dell'aggressività
Come disintossicarsi?
Alessio Magoga
07/13/2026

“Son inveenà”: l’espressione dialettale non è adeguatamente traducibile in italiano. “Sono avvelenato” dà l’idea, sì, ma è ancora troppo poco. “Son inveenà” vuol dire anche: “Ce l’ho col mondo; ho una rabbia che mi rode dentro; è tutto il mio corpo, tutta la mia persona, che si è intossicata di rancore, di aggressività, di delusione”. Credo che l’espressione ritragga il modo di essere di molte persone oggi, avvelenate dentro, cariche di un’aggressività “distruttiva”, assolutamente dannosa per sé e per gli altri. E quindi altamente rischiosa.
Non ci vuol molto per accorgersene. Non serve nemmeno scomodare sociologi o psicologi. Basta dare una scorsa ai giornali. Ma lo si sperimenta anche sulla propria pelle, mentre si è per strada, alla guida dell’auto o in qualche sala d’aspetto per una visita specialistica o per qualsiasi altro motivo. “Perché ci siamo ridotti così?” – mi ha chiesto sconfortato un professionista, scandalizzato dalle pretese e dalle scenate dei suoi clienti per il minimo ritardo. “Un tempo – ha concluso –, non molto tempo fa, non era così”.
C’è poi il versante social (Facebook, Instagram… per capirci), rutilante di commenti senza filtro e di parole in libertà, atti solo a demolire, a far del male, a seminare odio… Sono gli “hater”, che tradotto significa “odiatori”. Emblematico il caso della ministra Eugenia Roccella, bersagliata da commenti disdicevoli dopo la notizia della scomparsa del marito, Luigi Cavallari, ancora disperso dopo un tuffo nel lago di Vico lo scorso 27 giugno. Anche il dolore diventa un bersaglio. Che dire, poi, della violenza che attraversa il mondo giovanile: un fenomeno inatteso che pone seri interrogativi sul disagio che pervade le giovani generazioni?
Le ragioni di questo avvelenamento diffuso – che non risparmia nemmeno l’ambito ecclesiale, basti pensare allo scisma consumatosi nei giorni scorsi e alle sue conseguenze – sono molte. Il Covid che ha lasciato ferite profonde; le guerre internazionali che percepiamo vicine; l’incertezza per il futuro; le ondate di calore che ci rendono più insofferenti; la fragilità delle relazioni familiari e comunitarie; la vulnerabilità psicologica di tanti; la pervasività dei social che amplificano ogni emozione negativa... Sicuramente ce ne sono altre.
Ma l’analisi, da sola, non basta. Se vogliamo uscire da questo stato di aggressività latente, dobbiamo disintossicarci. Ridurre, un po’ alla volta, ciò che è velenoso per le nostre vite: l’esposizione continua ai social, la pretesa del tutto e subito, la preoccupazione solo al proprio ed esclusivo interesse (e non anche al bene degli altri). E riattivare abitudini sane, come la lentezza, la parola pensata, la gratitudine, la capacità di lasciar correre. Non cambierà il mondo, ma cambieremo noi. E forse basterà per ricominciare a respirare.
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